Il dominio sull’Asia e il saccheggio di Persepoli

Mentre Dario, sconfitto, con ciò che rimaneva del suo esercito disonorato, si affrettava a rifugiarsi nelle terre del nord, dove forse sperava di radunare forze sufficienti per un’improbabile rivincita, Alessandro decise di mettersi in marcia in direzione sud, verso le grandi città dell’impero appena conquistato. Fece tappa dapprima a Babilonia, la grande e famosa città dalle imponenti mura della millenaria Mesopotamia, che i Persiani avevano conquistato qualche secolo prima e che il satrapo Mazeo gli cedette senza opporre resistenza. Alessandro fece un’entrata trionfale, acclamato dal popolo. Come in Egitto, la gente comune e i sacerdoti, che non avevano mai avuto una grande simpatia per il governo persiano, accolsero calorosamente Alessandro che, a differenza dei suoi predecessori, si dimostrò molto rispettoso dei culti e dei costumi locali, restaurò i templi e dedicò feste e offerte al grande dio babilonese Marduk. Il nuovo sovrano d’Asia mostrò dunque tutta la propria tolleranza e il proprio amore per riti e tradizioni. La sua benevolenza trasparve anche dalla decisione di lasciare come satrapo di Babilonia Mazeo, che aveva combattuto contro di lui a Gaugamela, ma gli aveva aperto subito le porte della grande città caldea.

Il nobile persiano Mazeo, satrapo di Babilonia, segue la dea della pace con i suoi cinque figli, che descrive l’ingresso trionfale di Alessandro Magno nell’antica capitale mesopotamica. Fregio di Alessandro, opera dello scultore danese Bertel Throvaldsen.

Insediatosi sul trono dell’antica Babilonia, Alessandro cominciò a comportarsi come il signore d’Asia e non solo come l’invincibile condottiero dei Greci e Macedoni. Era il nuovo Gran Re, splendente e generoso con i suoi sudditi, che si sarebbe ammantato della solenne regalità tradizionale e dei ricchi fasti asiatici. Colui che aveva vendicato gli oltraggi di Serse alla Grecia sembrava ora l’erede e successore dei sovrani achemenidi; colui che si era messo in luce come paladino della libertà dei Greci adesso era il grande despota dell’impero asiatico. Per un mese Alessandro e le sue truppe si godettero il trionfo nella favolosa Babilonia. Da lì il Grand Re si diresse a Susa, dove il satrapo Abulite gli aprì le porte della città e fu ricompensato con la riconferma a governatore. Tuttavia, come aveva fatto a Babilonia, Alessandro lasciò due battaglioni con comandanti macedoni per assicurare la lealtà dei satrapi reintegrati.

Una guarnigione era già arrivata in città, residenza invernale della corte achemenide, per prendere possesso dei favolosi tesori che lì si conservavano, le fastose ricchezze accumulate dai re persiani nella cittadella per oltre due secoli, uno spettacolare e inesauribile bottino per Alessandro: oltre 50.000 talenti in oro e argento, una cosa mai vista prima, e poi grandi quantità di porpora, pietre preziose e splendide opere d’arte, nonché reliquie delle campagne greche, come le statue dei tirannicidi Armodio e Aristogitone, che Alessandro restituì agli Ateniesi. Mandò anche ad Antipatro circa 3.000 talenti d’argento, più che sufficienti a sostenere le spese militari. Gran parte di quelle enormi ricchezze fu trasformata in monete che entrarono in circolazione negli anni seguenti, fatto che ebbe notevoli ripercussioni su tutta l’economia del Mediterraneo. All’eccezionale ricchezza del tesoro si aggiunse un’altra coincidenza fortunata: l’arrivo a Susa delle truppe di rinforzo che Alessandro attendeva da un anno, un contingente di circa 15.000 nuovi soldati.

A Susa, Alessandro vide il maestoso trono reale persiano e con fare deciso ci si sedette sopra. Lo aveva conquistato con la lancia, ma lo occupava da legittimo erede, come sovrano del mondo. Da Susa proseguì il viaggio verso il cuore dell’impero, Persepoli, la sua prima capitale, vero centro e culla della storia della Persia. Durante il viaggio, un percorso a tratti molto difficoltoso fra ripide montagne in quel momento ricoperte di neve, le truppe di Alessandro si scontrarono prima con una tribù di pastori che chiedeva il pagamento di un tributo per far attraversare le loro terre inospitali, e poi con un valoroso esercito di Persiani, appostato su di un passo, le cosiddette Porte Persiane, che bloccavano loro la strada. I combattimenti furono molto duri, ma in entrambi i casi i Macedoni riuscirono ad aprirsi un varco riservando ai nemici punizioni esemplari.

Il saccheggio di Persepoli

Pianta aerea di Persepoli.

Alla fine i soldati macedoni riuscirono ad arrivare a Persepoli. La città non poté opporre resistenza e Alessandro vi entrò nel gennaio del 330 a.C. Persepoli aveva molti edifici signorili, fra cui spiccava il magnifico palazzo reale costruito da Dario I, con tutto il suo simbolismo regale. Nei suoi ineguagliabili rilievi venivano ricordati tutti i pipili sottomessi dal Gran Re e tutti i vassalli che gli offrivano i loro tributi. Nelle sue pietre erano incise le glorie della Persia e della dinastia achemenide. Poco distanti sorgevano le tombe di Dario I e dei suoi successori sul trono d’Asia.

Sebbene il governatore della città, Tiridate, gliela avesse consegnata subito, Alessandro non dimostrò nei confronti dell’orgogliosa metropoli la stessa benevolenza riservata a Susa e Babilonia. Lasciò che le sue truppe la saccheggiassero e permise ai suoi soldati di dare libero sfogo alla loro avidità: assaltarono tutte le case, uccisero gli uomini, violentarono le donne e le vendettero come schiave. Con la scusa di voler vendicare gli antichi oltraggi subiti per mano di Dario e Serse, non ebbero alcuna pietà per la popolazione inerme.

Negli stessi giorni, Alessandro celebrava il suo trionfo con amici e cortigiani dandosi a feste sfrenate nelle lussuose sale del palazzo. Poi, sul punto di partire, lasciò che il monumentale edificio venisse completamente distrutto da un violento incendio. Si racconta che scoppiò durante una delle tante orge tumultuose, quando una cortigiana greca, Taide, amante di Tolomeo, lasciò contro le pareti di cedro la prima torcia, appiccando così il fuoco che ridusse in cenere il grande palazzo reale. I Macedoni erano famosi per eccedere con l’alcool durante le feste che spesso sfociavano in atti sconsiderati e riprovevoli. L’incendio forse fu quindi la tragica conseguenza di un’orgia convulsa e del furore vendicativo di una etera esaltata. Forse Alessandro si pentì subito di quella distruzione inutile, ma è chiaro che l’incendio non avrebbe potuto svilupparsi senza il suo beneplacito. In base alle ricerche degli archeologi moderni, sembra infatti che gli ornamenti più lussuosi fossero stati messi in salvo quando le fiamme avvolsero le nobili mura. Se fu un atto premeditato, fu facile farlo passare come gesto simbolico: l’incendio dei templi dell’Acropoli di Atene ordinato da Serse veniva finalmente vendicato con la distruzione del palazzo imperiale degli Achemenidi.

Con questa crudele punizione inflitta alla capitale dell’antica Perside i conti erano pareggiati. Poco dopo, quindi, Alessandro andò nella vicina Pasargade a rendere omaggio al sepolcro del grande Ciro, il fondatore dell’impero persiano, trattandolo come un eroe. Per alcuni scrittori greci Ciro era quasi una figura mitica e autori come Antistene e Senofonte lo avevano idealizzato come modello di grande conquistatore e re virtuoso.

Tomba di Ciro il Grande a Pasargadae

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell'Università degli Studi di Napoli - Orientale. Sono CEO e founder dei siti: - www.storiaromanaebizantina.it assieme al mio collega dott. Antonio Palo (laurea in archeologia) - www.rekishimonogatari.it assieme alla dott.ssa Maria Rosaria Formisano (laurea magistrale in lingua e letteratura giapponese e coreana) nonché compagna di vita. Gestisco i seguenti siti: - www.ganapoletano.it per conto dell'Associazione culturale no-profit GRUPPO ARCHEOLOGICO NAPOLETANO Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

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