Filippo II, generale di Macedonia

Filippo II arrivò al potere quando la Macedonia era in guerra su più fronti con scarsi risultati. L’ansia radicale riforma dell’esercito, che incluse l’assegnazione di terre agli ufficiali al termine del servizio, avrebbe fatto del suo regno la più grande potenza militare dell’epoca. In ventitré anni riuscì a imporre il suo dominio su tutta la Grecia e a gettare le basi per la creazione dell’impero di suo figlio, Alessandro Magno.

Alessandro nacque nel 356 a.C. a Pella, la capitale del regno di Macedonia. Era figlio del re Filippo II e della regina Olimpiade, principessa del regno di Molossia e figlia di Neottolemo I, re dell’Epiro. Questi era o i suoi avi umani, ma il giovane Alessandro vantava fra i suoi antenati i più famosi eroi greci. Da parte di madre, la sua stirpe – raccontava la leggenda – risaliva a Neottolemo, figlio di Achille, il Grande guerriero del poema omerico; da parte di padre, apparteneva alla dinastia reale degli Argeadi, che si proclamavano discendenti di Eracle, il valoroso e invincibile figlio di Zeus. Olimpiade era la quarta sposa di Filippo, che praticava la poligamia, abituale fra i sovrani macedoni, e che si sarebbe sposato altre tre volte. Questi matrimoni avevano un risvolto politico: sancivano rapporti pacifici con i governi vicini e cercavano di dare eredi al trono.

Il matrimonio tra Filippo e Olimpiade aveva un obiettivo chiaro: assicurare la pace fra il monarca macedone e i suoi bellicosi vicini occidentali, la famiglia reale dell’Epiro. Ma forse fu, all’inizio, anche un’unione appassionata: Olimpiade era una donna particolare, ostinata e volitiva, devota ai culti misterici di Dioniso e molto protettiva e gelosa nei confronti del figlio. Gli sarebbe sopravvissuta di pochi anni, durante i quali conquistò un grande potere alla corte macedone, nonostante la sua tragica fine.

Sin dall’inizio Alessandro fu considerato il principe ereditario di Macedonia, un regno che suo padre aveva consolidato e ingrandito in poco tempo, e che, grazie a conquiste militari e a un’evidente abilità diplomatica, avrebbe trasformato, con il suo potente esercito e i suoi astuti interventi nei conflitti greci, nel potere egemonico arbitrale e indiscusso che andava dall’ Ellesponto al Peloponneso. Alessandro fu testimone, durante la sua infanzia e adolescenza, di questa imponente espansione.

Filippo, un leader ambizio

Ritratto di Filippo II

Filippo II di Macedonia nacque nel 382 a.C., terzogenito del re Aminta III, e arrivò al potere come reggente di suo nipote, perché Aminta IV, figlio di suo fratello Perdicca III, era ancora un bambino. Filippo si fece carico del regno in un momento molto critico. Fu scelto come reggente quando Perdicca perse la vita – insieme a 4.000 dei suoi soldati – sconfitto in una cruenta battaglia contro gli Illiri nel 359 a.C. La Macedonia si trovava in quel periodo in una situazione caotica, sotto la minaccia sia dei suoi vicini che delle lotte interne alla dinastia reale. Ma il giovane Filippo (che allora aveva ventisei anni) non solo riuscì a restare sul trono, ma consolidò anche la monarchia, trasformò la Macedonia in un Paese unito e riuscì a farne una nazione vasta, ricca e potente. Innanzitutto si preoccupò di formare un esercito permanente, ben armato e disciplinato. Nei tre anni passati come ostaggio a Tebe (in Beozia) aveva appreso le tattiche belliche di Pelopida ed Epaminonda, le cui falangi avevano sconfitto i fino ad allora imbattibili opliti spartani a Leuttra. Migliorò gli armamenti, creando nuove falangi formate da file compatte dotate di sarisse (lance o picche lunghe quasi cinque metri), affiancate da un’efficace cavalleria e da agili truppe leggere (peltasti e ipaspisti). Fornì anche all’esercito poderose macchine da guerra, decisive negli assedi alle città cinte da mura. Con questo magnifico esercito – circa 20.000 fanti e altri 8.000 soldati fra cavalieri e truppe ausiliarie – avviò il suo ambizioso programma di conquiste: espanse il regno di Macedonia, attaccando Traci e Illiri, e si impossessò delle ricche miniere d’oro e d’argento dei monti del Pangeo, in Tracia, continua fonte di cospicue entrate per pagare le truppe, corrompere gli avversari e attuare una serie di riforme. Si calcola che dalle miniere ricavasse circa 1.000 talenti all’anno, quantità equivalente al guadagno di Atene ai tempi d’oro del suo impero marittimo. Dall’altro lato, per rafforzare i legami fra la monarchia e le famiglie aristocratiche, in passato molto contrastati, si accattivò i nobili, che combattevano nella cavalleria, nominandoli consiglieri o eteri, hetairoi, (“compagni d’armi”), e invitando a corte come paggetti i figli più piccoli per educarli, tenendoli praticamente in ostaggio. Così come eliminava possibili rivali, Filippo sapeva anche stringere intorno a sé e premiare i suoi fedeli amici. Assicurò in questo modo alla Macedonia un’estensione territoriale e una coesione sociale senza precedenti.

Il 356 a.C. fu per Filippo un anno di trionfi: oltre alla gioia di avere già un erede, smise di fare da reggente al giovane Aminta e si proclamò re, rifondò la città di Crenide, a cui diede il suo nome, Filippi, e vinse una corsa equestre nei Giochi Olimpici.

Filippo seppe sempre sfruttare a suo favore le rivalità fra le poleis, innanzitutto in Tracia e in Calcidica, una regione costiera dove gli interessi commerciali di Atene erano evidenti e dove si era combattuta la guerra del Peloponneso. Appoggiò la città di Olinto contro le truppe ateniesi e riuscì a prendere Anfipoli (357 a.C.) e l’inespugnabile Potidea (356 a.C.); poi conquistò anche Metone e Crenide, nella vicina Tracia. Più tardi dichiarò guerra a Olinto, che conquistò e rase al suolo (348 a.C.). Poi proseguì verso la Tessaglia, che cedette di fronte alle sue minacce e si sottomise alla sua protezione e al suo volere. Prese parte in modo molto astuto e decisivo alla cosiddetta”terza guerra sacra”, per il santuario di Delfi, che i Focesi avevano occupato e che dovettero abbandonare di fronte alla minaccia costituita dall’esercito macedone.va seguito della vittoria, Filippo di premiato con la nomina a protettore del santuario.

Medaglione raffigurante Filippo II, prodotto sotto Alessandro Severo

Cheronea e la Lega di Corinto

Le scorribande delle truppe macedoni nella Grecia centrale e l’incessante ambizione di Filippo irritarono gli Ateniesi – aizzati dal grande oratore Demostene – e i Tebani, che gli dichiararono guerra nel 339 a.C. I loro eserciti affrontarono inseme le truppe macedoni guidare da Filippo nella pianura di Cheronea, in Beozia, e lì furono sconfitti in una grande battaglia campale (338 a.C.). Secondo gli Ateniesi e i Tebani (e non solo loro), questa doveva essere la battaglia decisiva per la libertà delle città greche contro il “barbaro” despota macedone. Entrambi gli schieramenti (composti da 30.000 uomini ciascuno) combatterono con onore. Lo scontro fra le fanterie fu tremendo, ma il fattore che decise le sorti dello scontro fu la carica della cavalleria macedone che, approfittando di una breccia nella prima linea, si scagliò contro l’Ala destra delle file nemiche. Gli agguerriti e impetuosi eteri, coraggiosamente capitanati dal giovane e temerario Alessandro, si lanciarono all’assalto del famoso Battaglione Sacro dei Tebani, i cui 300 guerrieri (ovvero, 150 coppie di amanti, tutti uomini) si batterono con grande valore, morendo senza mai cedere terreno. Fu questo a decidere le sorti della battaglia – nella quale sia Atene che Tebe subirono gravi perdite e lasciarono sul campo molti prigionieri – e ad ammantare di gloria l’eroico Alessandro, allora già diciottenne.

Filippo si mostrò magnanimo con i vinti e non si rivalse con eccessiva durezza né su Atene né su Tebe, anche se quest’ultima dovette accogliere i suoi esiliati, pagare alti riscatti e accettare la presenza di una guarnigione macedone. La vittoria militare aveva dimostrato la superiorità della Macedonia sulle due poleis allora più potenti della Grecia. Sparta, che non si riprese mai dalla pesante sconfitta di Leuttra (371 a.C.), con una popolazione decimata e arroccata in un superbo isolamento, non prese parte né alla guerra né al successivo trattato di pace. I Greci si riunirono a Corinto, su ordine di Filippo, per siglare un trattato di pace comune di tutti gli Stati greci. Sulla “pace comune”, la koiné eirene, avrebbe vigilato un consiglio (synedrion) confederato delle città greche e, in caso di guerra contro una potenza straniera, il re macedone avrebbe guidato le truppe come hegemon, ossia come generale in capo. La Lega di Corinto confermava la supremazia della Macedonia che, pur non entrando a far parte dell’alleanza come tutte le altre città, era l’arbitro incaricato di assicurarne l’efficacia. Restava esclusa dal trattato di pace Sparta, l’antica potenza, anche ora veniva sprezzatamente ignorata.

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell'Università degli Studi di Napoli - Orientale. Sono CEO e founder dei blog "STORIA ROMANA E BIZANTINA" assieme al mio collega dott. Antonio Palo e CEO e founder unico di "LUPIN THE 3RD - LA PATRIA ITALIANA". Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

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