La fine del Senato e gli ultimi senatori nell’Occidente romano (476-608)

Il Senato romano sopravvive alla ‘caduta silenziosa‘ dell’Impero d’Occidente (476), continuando per circa un secolo la sua storia d’istituzione all’interno dei regni romano-barbarici che si succedono nella Penisola.

Il periodo che va dalla deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre all’avvento del regno ostrogoto di Teodato è caratterizzato da una sostanziale tranquillità ed elevata attività politica dell’istituzione senatoriale, che si affianca amministrativamente e politicamente al dominio militare barbarico, a garanzia e in rappresentanza dell’elemento italico collaborante con quello gotico. Non mancano periodi di ‘tensione’ tra l’istituzione e i re, dovuti a presunte relazioni con l’Impero d’Oriente in ottica sia politica che religiosa (anti-ariana). Esempi di asservimento politico gotico li ritroviamo nelle vicende riguardanti i senatori Anicio Manlio Torquato Severino Boezio e Quinto Aurelio Memmio Simmaco. Boezio viene giudicato e condannato a morte da un collegio di cinque senatori romani estratti a sorte presieduto dal praefectus Urbis Eusebio (525), e solo in un secondo momento, pretestuosamente nel rispetto del verdetto senatoriale, Teodorico ne ratifica la condanna. Simmaco invece, che viene anch’egli colpito dalla purga gotica l’anno successivo (526), nel corso del suo cursus honorum viene premiato con la carica di caput Senatus sia per aver manifestato la sua neutralità nelle vicende diplomatiche con l’Oriente che per aver sostenuto due candidati al soglio pontificio – papa Simmaco (498) e papa Ormisda (514) – “appoggiati” anche dallo stesso Teodorico, che avrebbero garantito la convivenza pacifica con l’elemento ariano. Volendo tracciare un interessante parallelo, in netto anticipo rispetto alla rivolta di Nika (532) che interessò Costantinopoli all’alba del regno di Giustiniano, a Roma si ebbero delle rivolte capeggiate da senatori nate nel contesto sia delle nomine papali che degli ambienti delle tifoserie del circo: esse, per quanto poi si estendessero alla popolazione, sono comunque sinonimo di una certa insofferenza nei confronti dell’elemento gotico e collaborazionista romano. Insofferenza manifestata a sua volta anche dall’elemento gotico.

L’ascesa al trono del giovane Teodato, con la reggenza della madre Amalasunta, segna un punto di non ritorno nelle relazioni e nella convivenza tra questi due elementi. La regina, che stava trattando la cessione dell’Italia all’Impero, viene fermata e neutralizzata dallo stesso Teodato che invece propende, con un fetta consistente dell’aristocrazia gotica, per una politica anti-romana. L’assassinio di Amalasunta sarà il casus belli della spedizione imperiale di Belisario in Italia che darà inizio alla guerra greco-gotica. Gran parte del Senato di Roma si schiera, più o meno apertamente, a favore dell’intervento militare imperiale, mentre un’altra fazione – o su pressione di Teodato o per proprio tornaconto – preme per un accordo diplomatico e una politica moderata (in continuità con quanto avvenuto con Teodorico).

La deposizione di Teodato e la nomina a re di Vitige da parte dell’aristocrazia gotica piegano il Senato all’accettazione del dominio barbarico: Vitige – appreso della capitolazione di Napoli alle truppe bizantine di Belisario (536) e dell’imminente assedio di Roma – fa giurare fedeltà al Senato ma, non fidandosi del tutto, prende un gran numero di senatori come ostaggi e con loro si dirige a nord per riunirsi al grosso dell’esercito.

L’assedio di Ravenna, il trasferimento di Belisario sul fronte persiano e l’imposizione di un duro regime fiscale (540) consentono ai Goti, che avevano nominato re Totila, insieme all’elemento italico scontento, di avere una nuova riscossa (541). Il primo e principale bersaglio della politica anti-romana del re gotico sono gli aristocratici e i senatori che avevano sostenuto Bisanzio, cui vengono espropriati i latifondi (con relative imposte e rendite) che passavano così dalla gestione romana a quella fiscale regale ostrogota, e a cui sono affrancati i servi, inglobati nel nuovo esercito. Tuttavia la politica moderata di Totila era mirata all’ottenimento del consenso: sempre nel 541 alle mogli dei senatori fatte prigioniere viene concesso di poter far ritorno sane e salve dai loro mariti.

L’assedio di Roma (546) dà un colpo decisivo a ciò che rimaneva del Senato: una parte dei senatori riesce a fuggire a Costantinopoli, mentre la restante parte viene pesantemente redarguita da Totila e minacciata di morte se Giustiniano non avesse trattato la pace. Tutti i senatori presenti a Roma sono così trasferiti in Campania, insieme alle loro famiglie, insieme al grosso dell’esercito ostrogoto che si preparava ad attaccare la Lucania, presidiata dal generale Giovanni. Questi riusce ad attaccare i Goti e a liberare alcuni senatori e a trasferirli nella più sicura Sicilia. Quelli rimasti in Campania non hanno invece fortunata sorte: sulla via del ritorno per Roma sono sterminati dai Goti di Teia che era succeduto all’assassinato Totila (552). La fine del conflitto vede il ripristino della situazione senatoriale: ai senatori fuggiaschi e superstiti viene concesso di scegliere se restare a Costantinopoli o tornare in Italia per recuperare le proprietà espropriate nel 541 da Totila: molti preferiscono rimanere in Oriente. Il Senato così avrebbe potuto teoricamente continuare in Occidente come istituzione e ordine costituito, ma di fatto cessa di esistere anche ben prima dell’invasione longobarda (568), sostituito nelle funzioni dalle nuovi classi dirigenti civili italiche (laiche e ecclesiastiche) e militari bizantine.

Le terminologie di “Senato” e “senatore” tuttavia permangono ancora nei decenni successivi, da intendersi – come lo saranno poi per tutto l’Alto Medioevo – come titoli onorifici. Tre sono gli ultimi riferimenti. Il primo è del 578, che cita l’invio di un’ambasceria, guidata da un tale caput Senatus e precedentemente praefectus Urbis Panfronio, presso l’imperatore bizantino Tiberio II, con un dono di 3.000 libbre d’oro e la richiesta di aiuti militari contro i Longobardi: l’imperatore rifiuta il dono, ma acconsente all’invio di un piccolo contingente bizantino solo dopo una nuova ambasceria (579). Il secondo è di Gregorio Magno, che in una predica del 593, non senza rimpianti, ne conferma la quasi totale scomparsa dovuta a stragi indiscriminate (gotiche o longobarde). L’ultimo infine è un atto di acclamazione senatoriale per la disposizione di una statua dell’imperatore Foca nel Foro romano (608).

Il termine post quem certo di estinzione del Senato è l’anno 630, quando la Curia che lo ospitava viene trasformata in chiesa da papa Onorio I.

Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' e specializzato in 'Archeologie Classiche' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica Indipendente 'ACT Production'. Fondatore e direttore artistico del Picentia Short Film Festival.

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