“Honestiores” e “Humiliores”: Aulo Gellio e l’altra faccia di Roma

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Le case dei poveri erano le insulae (da cui il termine italiano isolato), condomini a più piani: nell’immagine ne vediamo una ricostruzione. Agli appartamenti, di solito molto piccoli, si accedeva da un cortile centrale; all’esterno, affacciate sulla strada, c’erano invece botteghe e osterie.

Aulo Gellio, vissuto tra il 130 e il 180 d.C. e autore di un’opera riguardante le curiosità culturali del tempo, racconta in un passo del suo libro che un giorno, mentre si trovava a passeggiare con alcuni suoi amici intellettuali per le vie della capitale, si trovò davanti allo “spettacolo” di un intero isolato che bruciava a causa di un incendio. Si trattava di un’abitazione popolare, un condominio, con le case costruite in legno (al contrario di quelle dei ricchi in marmo e pietra) e così vicine tra loro che l’incendio si stava estendendo anche agli edifici adiacenti. Se ci si potrebbe aspettare che Gellio e i suoi amici intervenissero per spegnere l’incendio o che per lo meno si allarmassero o prestassero soccorso… Invece no, anzi, contemplano lo “spettacolo”, e uno di loro giunge ad esprimere sollievo per aver impiegato i suoi soldi nell’acquisto di terre e non di case, esibendo da buon uomo di cultura una citazione di un’opera di due secoli prima nella quale si indicavano le precauzioni da prendere per preservare il legno dal rischio d’incendio. Se agli occhi di un moderno l’episodio potrà sembrare agghiacciante, ai fini storici è paradigmatico per spiegare e capire l’altra faccia della Roma felice che ci viene presentata nel primi due secoli dopo Cristo. La distinzione è a dir poco netta: da un lato abbiamo un ristretto gruppo di ricchi e grandi proprietari terrieri (latifondisti) che vivono di rendita e passano il loro tempo in discussioni letterarie o amenità culturali: dall’altro una grande massa di “invisibili”, che la storia dimentica, che non hanno alcuna rendita, che vivono in quartieri malsani e degradati, che abitano in case che in qualsiasi momento potrebbero prendere fuoco. Non esiste neanche una qualche comunicazione tra questi due mondi, né sembra possibile possa esistervi.

image010Nei primi due secoli dell’Impero la distinzione sociale tradizionale tra nobiltà e plebe, che tanto aveva segnato le vicende dell’età repubblicana, venne a cadere; e a poco a poco sarebbe caduta anche la differenza tra cittadini e non-cittadini, mentre gli schiavi si sarebbero ridotti progressivamente di numero. Le barriere sociali, però, non conoscevano attenuazioni: la nuova distinzione passava tra honestiores (“gente perbene”) e humiliores (“quelli che stanno in basso”). La prima categoria comprendeva senatori, cavalieri, veterani, classi dirigenti locali; la seconda tutti gli altri.

La distinzione non implicava solo una questione di prestigio dal punto di vista sociale: la differenza vi era anche dal punto di vista giuridico, con honestiores e humiliores che divennero sempre più diversi di fronte alla legge. Giusto per fare qualche esempio: ai primi non si potevano infliggere punizioni di carattere corporale e la pena massima era l’esilio; mentre ai secondi di poteva “tranquillamente” infliggere la tortura o la condanna a morte. Agli humiliores restava comunque aperta la possibilità di arricchirsi e tentare la scalata sociale, perché i gruppi erano, per quanto definiti in maniera rigida, non chiusi. Probabilmente però, fu solo una piccola parte di “quelli che stavano in basso” ad avere successo: la gran parte passò tutta la vita in una catapecchia, proprio come quelle che vide Gellio bruciare mentre passeggiava con i suoi amici perbene per Roma…

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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