Il crollo dell’Impero romano: ipotesi e cause del declino

La spiegazione delle cause che portarono alla caduta dell’Impero romano è spesso stata – ed è – una (errata) ricerca che molte volte mira a svelare una causa unica, un singolo fattore, che da solo possa giustificare un evento del genere. In realtà le vicende del crollo sono più complesse di quanto si possa credere: vediamo di seguito le varie ragioni e le varie ipotesi sulla caduta dell’Impero, tenendo conto di tutte le singole cause che ne giustificano le rispettive teorie.

Crisi militare. Iniziamo da un’interpretazione molto ‘concreta’ e pratica, partendo appunto dal fattore militare. L’esercito romano di V secolo non aveva niente da invidiare in termini di equipaggiamento e preparazione, tantomeno in termini quantitativi. L’indebolimento dell’esercito si realizza quindi sulla base di due fattori: da un lato il graduale arruolamento di Germani nelle fila imperiali portò esponenti barbari a controllare parte della vita politica dell’Impero, dall’altro lo stesso arruolamento non è altro che una soluzione alla sempre maggiore pressione sulle frontiere. Lo stanziamento di numerosi contingenti – ausiliari – ai confini così come il ricorso ai foederati mutò sensibilmente il rapporto tra esercito e potere imperiale: se un tempo i soldati combattevano tutti in nome dell’Impero, nel V secolo i contingenti foederati mantenevano una certa autonomia all’interno del tessuto imperiale, mentre le legioni romane rimasero allo stesso tempo ‘ostaggi’ sia del timore di tradimenti e ribellioni interne che dalla gestione di forze militari centrifughe nominalmente soggette all’autorità centrale. L’imbarbarimento dell’esercito non poteva però essere evitabile: il calo demografico, dettato dalla mancanza di elementi romani arruolabili, nel mondo romano rese necessario l’arruolamento di effettivi germanici.

Aristocrazie e proprietari terrieri. Al di là del decremento demografico, molte responsabilità della caduta ricadrebbero su chi controllava l’economia dell’Impero. I grandi proprietari terrieri, nobili e ricchi latifondisti, non erano ben disposti a fornire all’esercito i coloni dei propri terreni. La manodopera veniva quindi totalmente impiegata per il lavoro delle terre, in cambio di un versamento di un contributo in denaro: altro motivo per cui si rese necessario, al fine di garantire sicurezza all’Impero, l’impiego di soldati ‘mercenari’ germanici. L’economia si presentò paralizzata inoltre anche per le gravose tassazioni, che andavano a sostenere le spese per la burocrazia e i funzionari amministrativi. Le elìte romane non furono quasi mai toccate dai problemi economici. Altro fattore da considerare è l’ideologia contrapposta tra classi dirigenti in Occidente e in Oriente: da un lato vi erano maggiori privilegi economici (da difendere), dall’altro un maggiore attaccamento all’autorità centrale.

Quest’ultima tesi, molto accreditata, è esposta dallo storico Perry Anderson nel suo saggio Dall’antichità al feudalesimo:

«In Oriente, i proprietari agrari costituivano uno strato di media nobiltà a base urbana, avvezza così a vedersi esclusa dal potere politico centrale, come ad obbedire ai dettami della burocrazia e della corona. […] Con l’accresciuta mobilità verso l’alto del tardo Impero, questo ceto costituì il nerbo dell’amministrazione statale in Oriente. L’aristocrazia senatoria dell’Occidente rappresentava tutt’altra forza: scalzata politicamente dalla tetrarchia, si era rifatta in misura enorme in termini economici. Alti ritmi di accaparramento e bassi saggi di natalità avevano portato a una concentrazione sempre maggiore della proprietà terriera nelle mani di un numero sempre più ristretto di magnati. […] Con cieco egoismo […] questa mandò progressivamente in rovina l’intero apparato difensivo, che era stato oggetto delle cure gelose degli imperatori romani, da Diocleziano in poi. Evasione fiscale e sottrazione di reclute all’esercito erano da tempo un male endemico tra i proprietari fondiari dell’Occidente: ora il loro incallito disimpegno militare trasse nuovo alimento dal passaggio dei comandi dell’esercito a una serie di generali germanici, ai quali l’origine etnica impediva di assumere personalmente l’autorità imperiale.»

Nazioni e Impero multietnico. Un’altra ipotesi (suggestiva) è stata avanzata dallo storico Santo Mazzarino, che nella sua opera La fine del mondo antico sottolinea più volte i concetti di “nazione” e “democrazia”: la caduta dell’Impero sarebbe quindi avvenuta nel momento in cui non si riuscì più a conciliare o imporre su uno stesso piano politico la convivenza di diverse culture ed etnie costituenti. Questo processo di implosione non fu esclusivo del V secolo: basti citare che già nel III secolo il distacco dell’Impero delle Gallie e del Regno di Palmira nacquero proprio da un cedimento del potere centrale. Secondo Mazzarino nacque così una democrazia embrionale: l’Impero multietnico e cosmopolita si presentava – forse a causa della sua stessa grandezza – difficile da gestire, e i vari popoli che lo componevano affermarono una propria identità in organismi più piccoli e vicini a loro.

Passiamo ora a considera le tesi “tradizionali”, definendole e dimostrandone il loro superamento. La spiegazione più frequente è quella morale, che attribuisce la colpa ai vizi degli abitanti dell’Impero. Prima ancora delle diatribe tra religione tradizionale (pagani) e cristianesimo, questo concetto era un punto saldo dell’età classica, già sostenuto da storici come Tito Livio o Sallustio, e fu ripreso nei secoli successivi. Da entrambe le parti il declino morale è la principale causa: Ammiano Marcellino, ad esempio, attribuisce al declino dell’Impero la corruzione della classe dirigente romana, mentre Salviano di Marsiglia, cristiano, considera gli stessi cristiani colpevoli di sconvolgimenti causati dai loro peccati.

«Vergognatevi ovunque, voi genti romane, vergognatevi per la vostra condotta. Quasi nessuna delle vostre città è vuota di bordelli, nessuna è libera da prostituzione, se non solo le città in cui da poco hanno preso dimora i barbari. E vi meravigliate se noi miseri, così immorali, veniamo vinti nella forza del nemico, noi che siamo vinti anzitutto nell’onestà dei comportamenti; ci meravigliamo se posseggono i nostri beni coloro che rifuggono dai nostri vizi. Non è la forza delle membra che li ha resi vincitori, così come non è la nostra naturale debolezza che ci ha sconfitti. Convincetevi di questo solo, pensate a ciò soltanto: i vizi del nostro modo di vivere ci hanno piegato.»

Degrado morale: Agostino di Ippona. Nella sua opera principale, La città di Dio, Agostino, che aveva conosciuto direttamente le invasioni, parte dall’episodio del sacco di Roma da parte dei Visigoti nel 410: la vulnerabilità dell’Impero e il mito della “Roma eterna” erano liquidati da questo episodio. Riferendo anche le accuse mosse dai pagani nei confronti dei cristiani (l’ira degli dei), Agostino confuta questa accusa, che secondo lui è un problema più vasto, riconducibile alla continua lotta tra bene e male, che può cancellare le cose (effimere) del mondo a discapito di quelle (eterne) del cielo. Il saccheggio di Roma è per il vescovo di Ippona solo un momento di prevalenza del male sul bene, ed egli stesso invita i lettori a rimboccarsi le maniche per costruire un mondo migliore dove regni il bene.

Concezione del tempo e della storia. La lettura di Agostino è quella di una storia lineare retta, che si differenzia da quella culturale greco-romana dei cicli storici. Quest’ultima quindi attribuisce ad ogni cosa un inizio, un progredire e una morte: la fine di Roma è quindi un evento fisiologico, naturale e allo stesso tempo inevitabile. La teoria ciclica fu ripresa da intellettuali come Giambattista Vico e l’illuminista Voltaire nel Settecento. Affiancata a quella ciclica, vi è poi la teoria biologica, che porta a considerare l’Impero come un vero e proprio organismo vivente destinato ad un’inevitabile fine.

Decadenza: Edward Gibbon. Riprendendo parte delle teorie già mosse nella Tarda Antichità contro i cristiani, lo storico inglese Gibbon individua l’avvento del cristianesimo come uno degli elementi principali della decadenza dell’Impero. La colpa dei cristiani sarebbe stata quella di vivere per il Cielo e non per la Terra, che avrebbe portato gli uomini, in un contesto di valori differenti, ad allontanarsi dalla vita civile e dall’azione politica. Non vi è comunque solo il cristianesimo. A finire nel banco degli imputati è anche lo stesso Impero che avrebbe ridotto le libertà garantite dalla Repubblica romana, facendo passare gli uomini da cittadini a sudditi. L’intraprendenza tipica dei Romani sarebbe venuta meno già nel II secolo (nel principato adottivo), a seguito di un periodo prolungato di pace che – quando cessò – lasciò i Romani senza una libertà da difendere né tantomeno con la forza per farlo.

«La decadenza di Roma fu conseguenza naturale della sua grandezza. La prosperità portò a maturazione il principio della decadenza…Invece di chiederci perché fu distrutto, dovremmo sorprenderci che abbia retto tanto a lungo. Le legioni vittoriose, che in guerre lontane avevano appreso i vizi degli stranieri e dei mercenari, […] il vigore del governo militare fu indebolito e alla fine abbattuto dalle istituzioni parziali di Costantino, e il mondo romano fu sommerso da un’ondata di barbari. Spesso la decadenza di Roma è stata attribuita al trasferimento della sede dell’Impero […]. Tale pericolosa novità ridusse la forza e fomentò i vizi di un duplice regno… Sotto i regni successivi l’alleanza tra i due imperi fu ristabilita, ma l’aiuto dei Romani d’Oriente era tardivo, lento e inefficace […].»

«L’introduzione, o quanto meno l’abuso, del cristianesimo ebbe una certa influenza sulla decadenza e caduta dell’Impero romano. Il clero predicava con successo la pazienza e la pussilanimità. Venivano scoraggiate le virtù attive della società, e gli ultimi resti di spirito militare finirono sepolti nel chiostro. […] … la Chiesa e persino lo stato furono sconvolti dalle fazioni religiose […]; il mondo romano fu oppresso da una nuova specie di tirannia, e le sette perseguitate divennero i nemici segreti del paese. […] Se la decadenza dell’Impero romano fu affrettata dalla conversione di Costantino, la sua religione vittoriosa attenuò la violenza della caduta e addolcì l’indole crudele dei conquistatori.»

L’idea della decadenza, e delle tesi tradizionali in generale, è stata abbandonata dagli studiosi. Non si possono infatti considerare gli imperatori di III e IV secolo come immorali o propagatori di immoralità: non si spiegherebbe altrimenti la mancanza nelle fonti di scandali e reazioni di eventuali atti immorali. Le spiegazioni cicliche e biologiche, di ambito filosofico, lasciano anch’esse il tempo che trovano, non avendo la storia di per sé una regola generale di sviluppo. La decadenza di Gibbon poi non può essere spiegata in un contesto duraturo come quello romano: Roma ad esempio seppe risollevarsi dalla crisi del III secolo, riscoprendo una nuova fase di benessere nel IV secolo tra Costantino e Teodosio. La diffusione del cristianesimo, come causa ‘globale’, non sembra reggere: l’Impero crollò ma solo nella parte occidentale dove il cristianesimo era minoritario, mentre nella parte orientale, dove il cristianesimo era molto più vivo, prosperò per un altro millennio.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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