La congiura di Rosmunda contro re Alboino (572): cause e conseguenze sul regno longobardo

Il regno di Alboino e la congiura di Rosmunda. Nel 568 Alboino, re dei Longobardi, iniziò la sua discesa in territorio italico. La storia franca di Gregorio di Tours dedica all’impresa parole concise e salienti, soffermandosi invece sulla fine del re, assassinato per mano della moglie e di un servitore nel 572.

«Il re dei Longobardi Alboino, che aveva sposato Closinda, figlia del re Clotario, abbandonata la sua regione, si diresse in Italia con tutta la gente longobarda. Così, mosso l’esercito, partirono con mogli e figli, decidendo che si sarebbero fermati in quei luoghi. Ed entrati in quel territorio, attraversandolo durante più di sette anni, dopo aver spogliato le chiese ed ucciso i sacerdoti, lo riducono sotto il loro dominio. Quando poi venne a morte Closinda, moglie di Alboino, questi prese un’altra donna [Rosmunda], della quale aveva ucciso il padre poco tempo prima. Per tale motivo la donna nutrì sempre grande odio verso il marito e cercava un modo per vendicare le offese patite dal padre; così accadde che, provando desiderio per uno dei suoi servi, la donna fece somministrare un veleno al marito. E quando Alboino morì, questa se ne andò col servo. Ma catturati, furono uccisi insieme. Poi i Longobardi eleggono sopra di loro un altro re.» [IV, 41]

Gli stessi eventi trovano una formulazione differente nella storia longobarda di Paolo Diacono, dove invece si hanno maggiori e dettagliati particolari.

«Morì […] Turisindo re dei Gepidi e gli successe nel regno Cunemondo, il quale, desideroso di vendicare le vecchie offese patite dai Gepidi, ruppe il patto con i Longobardi e preferì la guerra alla pace. Alboino allora strinse un’alleanza perpetua con gli Avari, che prima erano detti Unni […]. Quindi partì per la guerra voluta dai Gepidi. […] I Longobardi riuscirono vincitori e con tanta ira infierirono sui Gepidi che li massacrarono tutti, e di così numeroso esercito a stento sopravvisse un uomo per riferire la strage. In quella battaglia Alboino uccise Cunimondo, gli tagliò la testa, e ne fece una coppa per bere. […] Insieme a una gran folla di gente di diverso sesso e età, condusse prigioniera anche la figlia del re, Rosmunda, e, dal momento che Closinda era morta, la prese in moglie per la propria rovina, come poi si dimostrò.» [I, 27]

Peter Paul Rubens, “Alboin and Rosamunde” (1615), Kunsthistorisches Museum Vienna.

Alboino viene quindi assassinato a Verona dal suo scudiero Elmichi, con la complicità del cubicularius Peredeo e della sua stessa moglie, Rosmunda, questi ultimi di origine gepida. In tal senso andrebbe pertanto rivalutato il ruolo di Rosmunda, che avrebbe potuto fornire il casus (pretesto): la congiura non fu portata avanti da un singolo elemento, ma indirettamente – col tacito assenso – appoggiata da una parte dei Longobardi, e lo stesso Elmichi era il capo di una fazione dei Longobardi avversa ad Alboino, non favorevole ad una politica di pace con l’Impero d’Oriente.

Charles Landseer, “Assassination of Alboin, King of the Lombards” (1856), Leicester Galleries.

Partecipò alla congiura – non potrebbe spiegarsi altrimenti la sua fuga con i congiurati a Ravenna – anche Alpsuinda, la figlia di Alboino e della sua prima moglie Closinda.
I tre congiurati, che si aspettavano di mantenere il potere nelle loro mani, sono costretti dai Longobardi a fuggire da Verona e si rifugiano a Ravenna con tutto il tesoro dei Longobardi, ospitati dal prefetto del pretorio d’Italia Longino: qui, stando al racconto romanzato di Paolo Diacono, lo stesso Longino avrebbe istigato Rosmunda ad avvelenare Elmichi, che però costringerà la stessa a bere parte del veleno ad egli destinato. Peredeo e Alpsuinda sfuggiranno alle trame di Longino e verranno spediti, con tutto il tesoro reale, a Costantinopoli.

Le conseguenze della morte di Alboino: il breve regno di Clefi e il “Periodo dei Duchi”. Ucciso Alboino, ai Longobardi venne a mancare una forte e unica guida politica: il breve regno di Clefi (dal 572 al 574) e soprattutto il decennio successivo alla sua morte, quando non fu eletto alcun re, sembrano essere stati segnati anche da un progressivo irrigidimento delle forme di sottomissione degli Italici e della classe dirigente romana. Non ci furono solo distruzioni e violenze, ma anche l’allontanamento del ceto senatorio dalle posizioni dominanti fino ad allora mantenute nella società italica (con uccisioni, confische, fughe); è lo sterminio dei “potenti” e “nobili” Romani cui si accenna nel testo di Paolo Diacono. Oscura rimase la sorte della popolazione italica nel suo complesso, e certo, sulle prime, non favorevole. Ma va respinta l’idea di una riduzione in schiavitù dell’intera popolazione indigena da parte dei Longobardi. La successiva storia del regno, che vide la progressiva, anche se difficile, fusione tra Longobardi e Romani, rende del tutto improbabile quest’ipotesi, che poggiava in primo luogo proprio sulle frasi di Paolo Diacono qui di seguito riportate, sui Romani “non nobili” risparmiati ma fatti tributari dei conquistatori e divisi fra di loro.

«In Italia intanto i Longobardi tutti di comune accordo elessero re in Ticino Clefi, uomo nobilissimo della loro nazione. Questi uccise o cacciò dall’Italia molti potenti Romani. Dopo aver tenuto il regno insieme alla moglie Masane per un anno e sei mesi, fu sgozzato con la spada da un uomo del suo seguito. Dopo la sua morte i Longobardi rimasero per dieci anni senza re e stettero sotto il comando dei duchi. Ogni duca aveva la sua città: Zaban Ticino, Wallari Bergamo, Alichis Brescia, Euin Trento, Gisulfo Cividale. Ma ci furono anche altri trenta duchi, oltre questi, ognuno nella sua città. In questi giorni molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia. Gli altri poi, divisi tra i Longobardi secondo il sistema dell’ospitalità, vengono resi tributari con l’obbligo di versare la terza parte dei loro raccolti ai Longobardi. Per opera di questi duchi, nel settimo anno dall’arrivo di Alboino e di tutta la sua gente, l’Italia fu per la massima parte – eccettuate le regioni che aveva conquistato Alboino presa e soggiogata dai Longobardi, dopo che questi ebbero spogliato le chiese, ucciso i sacerdoti, rovinato le città e decimato le popolazioni che erano cresciute come messi sui campi.» [II, 31-32]

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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