Il bilancio storico (negativo) dell’età ellenistica nella storiografia romana e moderna

La morte di Alessandro Magno (323 a.C.) segnò un profondo spartiacque nella storia e nella storiografia, che da un lato si trovò da un lato a prendere atto del disfacimento dell’impero macedone (diviso tra i diadochi), dall’altro a contemplare il processo universalistico di fusione tra cultura greca e culture orientali. Gli storici antichi e moderni hanno visto l’inizio dell’età ellenistica come una parentesi di decadenza del mondo e dell’elemento greco, in antitesi con la passata gloria del periodo classico e la successiva ascesa romana. Analizziamo i vari aspetti che contribuirono, ieri nella storiografia così come oggi nell’idea che si può vagamente avere, a questo giudizio negativo.

Gran parte delle fonti storiche che descrissero i principali avvenimenti sono innanzitutto “tarde” e tengono conto appunto della contemporanea superiorità nel mondo allora conosciuto dell’Impero e di Roma. Il modello di Roma poteva dunque idealmente richiamarsi al ruolo svolto prima dalle poleis greche di età classica in termini di libertà contro l’elemento barbaro e/o straniero e poi da Alessandro Magno in termini di universalismo politico e culturale. In questa visione romano-centrica bisogna inoltre tener conto dell’impatto che ebbero e dell’immagine che diedero i regni ellenistici venuti a contatto con Roma. L’opera di Polibio, ad esempio, descrive i sovrani ellenistici come i rappresentanti di un mondo avviato alla decadenza di fronte all’ascesa incontrastata di Roma.

Plutarco, sottovalutando anch’egli l’ellenismo, contribuì in maniera decisiva a far apprezzare ai Romani (e ai posteri) i valori e la nobiltà del mondo greco, ma tralasciando l’età ellenistica quasi del tutto a vantaggio di quella classica (e in particolar modo quella ateniese). Dando un’occhiata alle biografie plutarchee, si può infatti facilmente notare che, a parte Alessandro Magno, sono “ignorati” tutti i grandi protagonisti macedoni del IV secolo a.C. come Filippo II, Antipatro, Antigono Monoftalmo, Tolomeo, Lisimaco o Seleuco. Unica eccezione è Demetrio Poliorcete, che però viene rapportato a Marco Antonio: entrambi sono simboli dell’opposizione inutile alla gloria dei rispettivi “modelli” di Alessandro Magno e Ottaviano Augusto e Giulio Cesare. Si ha perciò in Plutarco un “vuoto” che va dal IV al III secolo a.C., che fa ricomparire i sovrani ellenistici nell’epoca successiva ma solo come antagonisti dei generali romani. Non che sia “colpa” esclusiva di Plutarco, più volte citato: in età romano-imperiale, grazie alle opere di intellettuali di cultura greca vicini alla propaganda storica del potere imperiale (tra cui Plutarco), si arrivò a riconoscere come momento ideale della storia greca l’età delle poleis, in un quadro storico che andava pressappoco dal 499 a.C. (inizio della rivolta ionica e delle ingerenze persiane) al 362 a.C. (battaglia di Mantinea e morte del generale Epaminonda); l’epoca successiva alla morte di Alessandro Magno fu progressivamente oscurata e bollata come inferiore e decadente sui più disparati punti di vista (politico, militare, culturale). Ecco perché – sempre Plutarco – preferisce scrivere le biografie degli ateniesi Demostene e Focione, dei re spartani Agide e Cleomene o dei generali achei Filopemene e Arato, piuttosto che su Filippo II o Antipatro, che furono di gran lunga personaggi storici di maggior rilievo.

La cultura storica greca, che andava diffondendosi nel mondo romano, si “adattò” di conseguenza ed ebbe come riferimento – anche in ambito storiografico – le opere dei tre grandi storici di età greca-classica Erodoto, Tucidide e Senofonte (che ebbero grande diffusione). La storiografia ellenistica pubblicata tra la metà del IV e il I secolo a.C sopravvisse, parzialmente e sottovalutata, nelle sole Storie di Polibio (130 a.C.). L’incapacità di fronteggiare Roma pesò (e molto) sui successori di Alessandro e sulle loro dinastie, e gli insuccessi a loro imputati furono maggiori dei successi attribuiti, al contrario delle poleis greche, e di Atene in primis, di cui si esaltarono libertà, sovranità e democrazia. Perché è importante, al di là di tutto, sottolineare l’importanza dell’età ellenistica: essi ebbero la capacità – in continuità con quanto iniziato da Alessandro Magno – di governare e controllare vasti Stati territoriali formati da società multietniche e stratificate. Lo stesso termine di uso comune “Ellenismo” poi (da cui deriva l’aggettivo “ellenistico”), che potremmo a primo impatto considerare negativo, fu coniato da Johann Gustav Droysen in senso positivo: nella sua opera Geschichte des Hellenismus (Storia dell’Ellenismo, 1836) l’epoca che andava dalla morte di Alessandro Magno alla battaglia di Azio fu considerata da egli di fondamentale importanza per la nascita di una cultura greca tendenzialmente universale che, nel tempo, sarà innestata su quello che sarà l’impianto politico e istituzionale della Res Publica romana.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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