Iconoclasmo e i rapporti tra Costantinopoli e Roma

Oggi vedremo la terza ipotesi sull’iconoclasmo, che molti sapranno, formulata negli anni ’80 ma non vi svelo nulla per non rovinare la lettura!

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Moneta di Costantino V e suo padre Leone III

Le origini dell’iconoclasmo: le prime due ipotesi avanzate nell’articolo precedente danno credito alle fonti bizantine ma non sono accettabili perché dicono che sull’iconoclasmo abbia avuto influenza sia l’islam sia l’ebraismo anche perché le fonti orientali non dicono nulla di tutto ciò e la più importante testimonianza è quella di Agapio che parla di uno scambio di lettere tra Leone III e il califfo Omar II ma Teofane non ne parla, essendo di parte.

L’altra ipotesi che venne formulata spiega l’iconoclasmo come problema interno al cristianesimo e quindi sarebbe il monofisismo che, condannato dal Concilio di Efeso, attraverso l’iconoclasmo si risolleverebbe perché i principali teologi monofisiti vengono presentati come iconoclasti, ma anche questa non regge, soprattutto, perché Leone III le cui testimonianza bizantine accusano di monofisismo, monofisita non lo era poiché quando promulga l’editto rimase di fede calcedoniana. La chiesa considera eretici gli iconoclasti ma non si può parlare di eresia perché si tratta soltanto di non venerare le immagini ma non muove il dogma trinitario. La terza tesi fu formulata negli anni 80 da Peter Brown per poi essere sviluppata negli anni successivi da Cormack, in Italia è stata elaborata da Antonio Carile e sostiene: si riconosce che alla nascita dell’iconoclasmo contribuì la convergenza di due propositi schiettamente sentiti da Leone III, uno di carattere politico l’altro religioso. Secondo questa tesi l’iconoclasmo fu originato dalla personale sensibilità religiosa di Leone III e dei suoi collaboratori. L’imperatore fu uomo di religione austera, seriamente intenzionato a ripristinare il cristianesimo primitivo, ma anche mosso dalla convinzione che occorressero dei provvedimenti rapidi per riaffermare il prestigio e l’autorità del potere imperiale minacciato da un’autorità alternativa che veniva considerata disgregativa dell’unita dell’impero che era quello degli uomini santi ossia i monaci eremiti che non esitavano ad intervenire negli affari politici del mondo. Soprattutto nei secoli VI e VII dove si sviluppò l’eremitaggio e famosi erano gli stiliti e il più famoso su Antonio Stilita che per tutta la vita rimase ‘appollaiato’ su di una colonna; soprattutto nelle zone desertiche della Siria. Poi vi erano i monaci dendriti che vivevano sugli alberi, i monaci pascolanti che vivevano nelle campagne mangiando erbe e radici, poi i monaci reclusi che si facevano murare vivi nelle loro celle dove da un piccolo buco passavano le necessità.

Numerose sono le testimonianze che attestano in tutto l’impero la presenza di questi monaci, soprattutto in Siria e Anatolia (VI e VII secolo), i quali avevano uno straordinario ascendente sui fedeli che ne ascoltavano la parola e la reputazione di questi eremiti superava di molto quella di cui godeva il clero secolare perché compromessi dal potere politico e l’ascendente di questi eremiti non si limitava alla sfera spirituale. Gli Asceti, forte della propria santità, spesso impartivano maestramenti di sfera politica e spesso davano ai fedeli delle proprie immagini presentandosi come intermediari privilegiati con Dio e in aperto contrasto con la figura dell’imperatore come unico intermediario di Dio in terra. La figura del santo risultava insidiosa all’autorità imperiale la cui figura sacra risultava alterata e tutto questo capitava in un momento in cui bisognava far fronte alla minaccia araba che pressava sull’Anatolia e quindi occorreva che ci fosse coesione nell’impero e non divisione. L’unica immagine che veniva ammessa fu solo quella dell’imperatore perché era l’intermediario tra l’uomo e la divinità, d’altra parte l’immagine dell’imperatore era presente sulle monete ma per capirne l’importanza l’immagine era sempre presente nei codici delle leggi che avevano la raffigurazione dell’imperatore regnante ma con il progredire del tempo i valori connessi all’arte profana furono notevolmente sminuiti dall’arte sacra soprattutto dal VI secolo in poi, dove le immagini dell’imperatore cristiano furono sostituiti dalle immagini sacre che divennero le icone.

Le vite dei santi, agiografie, attestano la diffusione del culto delle immagini, che venivano definite achiropite ossia “immagini non fatte da mano umana” e quindi immagini che fossero state fatte direttamente da Dio o Angeli, in Italia ci sono due immagini achiropite a Rossano Calabro nel Duomo, e tutto questo attesta l’importanza che dal VI secolo aveva assunto l’iconografia sacra nella sensibilità popolare per la figura di Cristo, Vergine e Santi. Lentamente, ma in modo vistoso, cominciò però un uso distorto delle immagini presso i fedeli meno colti che ritenevano che l’immagine contenesse l’essenza di colui o colei che veniva raffigurato. Si considerava le icone miracolose, si giungeva persino a raschiare il colore delle icone perché la polvere veniva sciolta in acqua e si creavano pozioni considerate miracolose. L’icona poteva fare da padrino nei battesimi per i neonati, era elevata a difesa della città, degli eserciti, di singole persone. Le icone finivano per diventare amuleti superando il confine che separa il sacro dal magico portando all’idolatria ed è chiaro che Leone III era questo culto distorto che voleva abolire ristabilendo il culto dei primi cristiani che era aniconico e quindi era nella ragione.

A Leone III non sfuggiva il prestigio che le icone davano ai monaci santi, non sfuggiva il pericolo che l’icona di un monaco poteva esercitare sui fedeli che la consideravano come capace di creare miracoli e quindi difronte alla volontà degli uomini santi di presentare il proprio ideale ascetico come immagine vivente della divinità, l’imperatore rispose invece con il riproporre come unica immagine della divinità ammessa quella propria che era l’unico rappresentante in terra di Cristo.

L’inizio dell’iconoclasmo fu molto lontano dall’avere connotazione di eresia che in seguito i nemici attribuirono a Leone III, ma che in realtà fu estraneo a considerazione di carattere veramente dottrinale il cui scopo di Leone III, sovrano vittorioso e acclamato a Costantinopoli per la sua vittorio sugli Arabi nel 717-18, fu quella di ribadire il potere imperiale nella sfera trascendente tra cielo e terra. L’unico simbolo ammesso oltre all’imperatore è la Croce, nuda, che voleva riportare al regno di Costantino e idealmente ad Eraclio. Il disegno di Leone è quindi quello di ridare unità all’impero con un intento religioso, essendo lui di fede prettamente ortodossa provenendo dalla Asia Minore, che aveva vescovi come Costantino di Nacolea, dipinto come eretico ma non lo era perché contrario al culto delle immagini. Leone III scrive parole nel proemio della raccolta delle leggi che promulgò nel 741 sulla sua concezione del potere imperiale:

«poiché Dio ci ha affidato l’autorità della basileia, come gli è piaciuto! Ingiungendoci secondo Pietro, capo e corifeo degli Apostoli, di pascere il gregge dei fedeli, noi siamo convinti che non vi sia per Lui nulla in contraccambio di più alto o più grande del governo che ci è stato da Lui affidato, in giudizio e in giustizia e per conseguenza sia nostro dovere sciogliere il legame di ogni giustizia. Porre un freno agli impulsi a coloro che errano, e così pure ricevere dalla sua mano onnipotente la corona delle vittorie sui nostri nemici, corona delle vittoria, assai più preziosa e stimabile del diadema che ci è stata imposta, e conservare il nostro governo in pace e stabile lo stato, e perciò noi tenendo ben sveglia la nostra mente volta alla ricerca a ciò che piace a Dio ed è utile alla società, diamo la precedenza alla giustizia verso tutto gli uomini sulla terra perché essa è il tramite verso il cielo ed è più tagliente di qualsiasi spada contro i nemici in grazia della potenza di colui che se ne fa il vendicatore.»

innanzi tutto Leone III ribadisce il ruolo del sovrano come unico intermediario e giunge a porre in secondo piano il diadema postogli sulla testa rispetto alla ghirlanda di vittorie militari che viene concessa da Dio. Se l’imperatore vince, le sue vittorie sono concesse da Dio, perché se non le avesse concesse allora Dio non sarebbe stato d’accordo con le leggi emanate dall’imperatore e quindi egli è nel giusto nell’emanare l’editto contro l’iconoclasmo perché è voluto da Dio altrimenti non avrebbe vinto contro gli Arabi. In conclusione, Antonio Carile dice:

«in ultima analisi, l’iconoclastia fu un movimento che venne a combinarsi con l’ascesa della classe militare all’interno della società militare. Essa significò la proposta di un modello di vita eroica, dinamica in cui il rapporto con il sacro e con il divino si conquista nella competizione armata e nella vittoria, non nella aristocratica ascesi monastica in bilico tra passività e approccio privato al divino attraverso il simbolo dell’icona.»

L’iconoclasmo fu anche violento, non con Leone III ma con il figlio Costantino passato alla storia con l’epiteto di Copronimo che significa “uomo di m…” perché la tradizione fatta dagli iconofili diceva che Costantino V quando venne battezzato subito dopo la nascita il patriarca Germano, contrario alle immagini, immerse il bambino completamente nella vasca battesimale e nell’immergerlo il bambino ebbe una scarica e sporcò la vasca, Germano disse ad alta voce che non c’era nulla di buono da aspettarsi da quel bambino. La violenza che accompagnò l’iconoclasmo sotto Costantino V e Leone IV fu opera dell’aristocrazia militare ansiosa di sbarazzarsi della tutela sociale del vecchio ceto dirigente nobiliare. L’iconoclasmo fu la bandiera ideologica della nuova classe militare. Insieme alla formazione dei themi vi fu l’ascesa della classe militare.

L’Imperatrice Irene, particolare di un mosaico della Basilica di Santa Sofia (Costantinopoli)

L’iconoclasmo termina ufficialmente nell’843 però già nel 787 con l’imperatrice Irene che convocò un concilio che argomentò teologicamente la liceità del culto delle immagini ponendone fine. L’argomentazione del secondo concilio di Nicea era che l’immagine di Cristo e della Vergine era ammissibile perché incarnatosi nella forma umana e quindi essendo umano poteva essere rappresentato così come la Vergine. Le uniche persone che non si possono raffigurare sono il Padre e lo Spirito Santo. Inoltre i padri conciliari di Nicea affermarono:

«se voi iconoclasti affermate che l’immagine di Cristo non può essere raffigurata perché Dio non può essere riprodotto in immagini voi siete monofisiti».

E dinanzi a questa accusa l’iconoclasmo finì perché gli iconoclasti non erano monofisiti ma erano ortodossi. La classe militare si impose lentamente sia per il ruolo di difesa dell’impero sia anche per la base economica che si andava formando e questi cambiamenti sociali portarono a squilibri, con una crescente disuguaglianza sociale, che sfociarono in una grande rivolta delle popolazioni dei themi in Anatolia nell’820, guidata da Tommaso lo Slavo, un discendete di slavi insediati a cui vennero date terre. Questa sommossa nell’823 venne repressa nel sangue. La sommossa mette in evidenza quanto fosse critica la situazione sociale e quando fossero potenti i nuovi ceti sociali militari e con la metà del IX secolo inizia un’epoca nuova caratterizzato dall’imperialismo bizantino, con un’impero che cerca di ampliare i propri territori, da una chiesa rigenerata dopo la crisi iconoclastica e adesso molto più legata allo stato ma soprattutto caratterizzato da un’aristocrazia militare le cui radici affondavano nei themi.

A questo punto ci si pone il quesito più discusso nella politica sociale ed economica di Bisanzio: si può parlare di feudalesimo bizantino? Alcuni studiosi ritengono che non vi fu, data l’assenza di una feudalità gerarchicamente organizzata, mentre in occidente vi fu l’organizzazione con il sovrano, il vassallo, il valvassore, il valvassino che prestano giuramento al grado superiore al loro ma a Bisanzio tutto questo non c’è e si prestò giuramento solo all’imperatore. Altri invece dicono che vi era stato, perché vi era l’esistenza di un latifondo e quindi esiste un feudalesimo, se non in forma diversa, perché esiste anche un latifondista che coltiva terre ma che ha anche un seguito armato. Per rendersi conto di cosa è un latifondo si può attingere alla lettura del documento del testamento di un grande proprietario fondiario, Eustazio Boilas del 1059:

«Quando per primo arrivai e mi stabilii qui (confini con l’Armenia), ricevetti questa terra che era cattiva e non lavorabile. Era abitata da serpi, scorpioni e bestie selvagge, cosicché gli Armeni, che abitavano la parte opposta a questa, non riuscirono ad avere neppure un po’ di riposo. Se essi [gli Armeni] furono costretti a ciò dal fatto che la terra era inaccessibile alla più parte degli uomini e sconosciuta, io la ridussi in ceneri, col fuoco e la scure come il Salmo dice. E in questo luogo costruii la mia casa e il santo tempio delle fondamenta (non si capisce se costruì la casa e il tempio), e [creai] prati, parchi, vigneti, giardini, acquedotti, piccole fattorie, mulini ad acqua e [vi portai] animali per l’uso domestico necessari e utili a un tempo. In maniera simile coltivai dal suo povero stato la mia proprietà di Buzina, che si verifica essere un monidion completo, e anche il villaggio di Iseon, che era deserto e povero, eccettuato il monidion di Tsalema. Similmente riuscii a migliorare attraverso grande sborso di danaro, il villaggio di Uzike, e Chuspacrati, e il villaggio di Copteriu, e i villaggi di Ophidovuni e Cusneria, che furono per lungo tempo inabitati e deserti (latifondo in cui vi sono anche villaggi abitati da contadini). E il villaggio di Uzike l’ho dato a coloro che ho nominato eredi, dando loro inoltre l’atto di vendita originale. Il villaggio di Copteriu e Chuspacrati l’ho dato ai fratelli orfani Cristofaro e Giorgio e al loro cugino, in quanto essi sono poveri e orfani (donazione a persone fedeli ad Eustazio che affida i propri villaggi). L’uso del villaggio di Ophidovuni e Cusneria accanto a Calmuche, essendone stato richiesto dal felice dux, o mio signore, lo diedi a lui a mezzo di una carta di assicurazione (l’organizzazione thematica è in decadenza, il dux è il comandante militare della regione). Ho dato la tenuta di Barta, come la ricevetti e senza migliorarla, all’illustrissimo magistrus signor Basilio (giudice con supremo potere civile nella zona), essendo obbligato a vendere, ma non ricevetti pagamento. Similmente, quantunque possedessi testimonianza scritta di altri debiti fatti dall’illustrissimo magistrus, e dai felici dux e duchena, miei signori, ammontanti a 25 libbre, io non ho riscosso niente di questo (lascia in eredità tutto ciò perché aveva sicuramente ricevuto dei favori che nascondessero al sistema centrale i suoi beni per non pagare le tasse nascondendo il numero reale di contadini. La dinastia Macedone, da poco estinta, era da sempre impegnata nella difesa della piccola proprietà terriera e ostacolare il grande latifondo per evitare queste truffe illecite) … delle rimanenti 4 proprietà e tenute ho dato Tantzoute, cioè Salem, con i suoi colli in quanto separa le mie terre, le irrigate da quelle non irrigate, in dote alla mia primogenita e legittima figlia Irene, e a suo marito; cioè l’intera rendita di questa tenuta di 80 nomismi e l’ennomion senza i quattro zeugotopia, che sono stati assegnati come eredità ai miei schiavi liberati e che essi in effetti possiedono. E lei abbia il godimento di 80 nomismi e il pascolo, e la proprietà di tutta la terra, cosicché essa, mia figlia, avrà dalla sua eredità paterna e date 30 libbre. In aggiunta a tutto ciò, lei ha già preso delle proprietà mobili, auto-mobili e semi-mobili. Alcune ne prese segretamente, altre apertamente, cioè schiavi, abiti ricamati d’argento e greggi. Abbia tutte queste cose con la mia benedizione e secondo il mio desiderio e abiterà nella mia casa, vivendo in pietà e nella fede ortodossa, soggetta al censo regolare e imperiale, come è prescritto.»

Questo brano ci fa intendere che il latifondo era un territorio vastissimo e molti imperatori se ne impossesseranno per le loro ricchezze. Alla metà del IX secolo, l’impero è al culmine della sua potenza, superata la crisi indotta dall’invasione Araba, dall’iconoclasmo dopo l’843 data conclusiva ufficiale per volontà dell’imperatrice Teodora e prima di lei l’imperatrice Irene e questo è significativo perché nelle donne l’iconoclasmo non fece breccia e lo possono fare perché sono sovrane vittoriosa e sotto di loro continuano le vittorie contro gli Arabi.

Possiamo cogliere in due manifestazioni la potenza dell’impero, da una parte questa è l’epoca in cui matura lo scisma con Roma nell’858. La situazione con Roma si era compromessa di molto durante il secolo dell’iconoclasmo perché Leone III inviò al Papa di Roma, Gregorio, l’editto che ingiungeva la distruzione delle icone ma il Papa non accolse la richiesta. Leone III scriveva al Papa scrivendo questo:

«io ti ingiungo questo, perché io sono basileus e sacerdote e come Mosè si appellava al potere mosaico»

il Papa rispose: «tu dici di essere imperatore e sacerdote, ma in realtà non lo sei. I tuoi predecessori lo furono, quelli che rispettarono la gerarchia ecclesiastica e cita Costantino, Eraclio ed altri, ma tu non sei rispettoso e sei solo imperatore.»

Qui si verificò quel pericolo che i grandi padri della chiesa del IV e V secolo, Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzio, non erano favorevoli a riconoscere tutto quel potere religioso, che, la teoria eusebiana, riconosceva all’imperatore perché temevano che un giorno sarebbe salito un imperatore poco rispettoso della gerarchia ecclesiastica e a quel punto bisognava solo obbedire e con Leone III avvenne. Qualche effetto l’editto lo ebbe sulla Sicilia, ma in Italia e a Roma l’iconoclasmo non giunse mai e questa divenne il rifugio di molti. Con l’iconoclasmo inizia la divisione tra Roma e Bisanzio, i Papi furono minacciati sotto Costantino V nel 741, dai Langobardi e a quel punto sarebbe stato normale che il Papa si fosse rivolto all’imperatore di Bisanzio ma non lo fece perché Copronimo e che violentemente imposte il culto delle immagini e il Papa si rivolse a Pipino il Breve, re dei Franchi e padre di Carlo Magno i quali accolsero e sconfissero i Langobardi. Iniziò quel percorso che porterà all’incoronazione di Carlo Mango come Imperatore del Sacro Romano Impero nella notte di Natale dell’800 dando inizio al rapporto privilegiato tra Franchi e Papi. Roma comincia ad allontanarsi da Costantinopoli e alla metà del IX secolo si ufficializza lo scisma. Le ragioni inizialmente furono di carattere politico perché il Papa voleva immettersi negli affari interni della chiesa bizantina solidale con l’impero che oppose resistenza che riconosceva Roma come primus inter pares. Costantinopoli fa questo perché il potere è in ascesa, se l’impero fosse stato in condizioni deboli la risposta al Papa sarebbe stata diversa. A Costantinopoli comanda l’imperatore mentre il Papa a Roma. Le differenze teologiche sono minime e quindi lo scisma è solo questione di ruolo del Papa nel riconoscimento concreto della sua autorità.


Spero che l’articolo abbia dato risposte a eventuali domande sorte durante la lettura e vi invitiamo a scriverci e a seguirci.

L’Imperatrice Irene, particolare di un mosaico della Basilica di Santa Sofia (Costantinopoli)

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell’Università degli Studi di Napoli – Orientale. Sono CEO e founder dei blog “STORIA ROMANA E BIZANTINA” assieme al mio collega dott. Antonio Palo e CEO e founder unico di “LUPIN THE 3RD – LA PATRIA ITALIANA”.
Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

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