Da un dominatore all’altro: Ravenna fra V e VI secolo

Fra il V e il VI secolo, il succedersi di diverse denominazioni politiche ebbe, a Ravenna, significativi riflessi sul piano religioso e artistico. Ne recano traccia, infatti, gli edifici religiosi della città e i loro celebri mosaici.

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Il Mausoleo di Gallia Placidia. La tomba della figlia dell’imperatore Teodosio non si erge lontano da San Vitale ed è un edificio in mattoni dalla pianta a croce latina. La semplicità dell’esterno contrasta con la ricchezza dell’apparato decorativo interno, costituito da mosaici ravennati più antichi.

La stagione d’oro di Ravenna comincia nel 402, quando l’allora imperatore Onorio decise di spostare lì la capitale dell’Occidente, trasferendola dalla più esposta Milano, in quel momento bersaglio delle aggressioni visigote. A questa fase drammatica della storia romana appartiene il cosiddetto mausoleo di Gallia Placidia, intitolato a una principessa che fu tra le protagoniste del periodo. Galla Placidia, sorella di Onorio, fu presa in ostaggio da Alarico, il generale che nel 410 saccheggerà Roma; andò in sposa ad Ataulfo, il cognato e successore di Alarico, poi, rimasta vedova, si risposò con un alto ufficiale romano e divenne madre del futuro imperatore Valentiniano III. La donna morì nel 423: il suo mausoleo, un piccolo edificio dalla pianta a croce, è perfettamente conservato e splendidamente abbellito da mosaici che tappezzano la parte alta delle pareti e delle volte.

Il Mausoleo di Teoderico. Il monumento, degli inizi del VI secolo, è l’unico esempio di tomba di re barbarico che sia giunta fino ai giorni nostri. Edificato con pietre provenienti dall’Istria, il mausoleo ha una pianta decagonale all’esterno e a croce greca all’interno ed è composto da due piani: in quello superiore è collocato il sarcofago in porfido a forma di vasca.

Alla fine del V secolo Ravenna diventa capitale del nuovo regno ostrogoto e conosce una nuova stagione di fioritura architettonica. Teoderico, il suo nuovo padrone, a lungo educato a Bisanzio, sogna di farne la Costantinopoli dell’Occidente: secondo una testimonianza contemporanea, il sovrano goto «amava l’architettura e che le città venissero restaurate. Ripristinò l’acquedotto di Ravenna, fatto costruire dall’imperatore Traiano, e dopo molto tempo riportò l’acqua in città. Condusse a compimento la costruzione del palazzo e i portici nelle sue adiacenze». Oggi quel palazzo non esiste più, ma se ne può vedere ancora una parte della pavimentazione nella chiesa ravennate di San Salvatore ad Calchi: un nome che a noi dice poco, ma che ricorda ancora, dopo un millennio e mezzo, l’aggettivo greco chalké (letteralmente “di bronzo”) con cui si indicava il palazzo imperiale di Costantinopoli. Esiste invece tuttora il singolarissimo mausoleo di Teoderico, voluto dal sovrano per far custodire le sue spoglie, sul modello, ancora una volta, dei grandi imperatori romani. Costruito su due piani, il mausoleo reca al livello superiore la stanza destinata a ospitare il sarcofago ed è coronato da un enorme blocco di pietra, dal diametro di quasi 11 metri e dal peso stimato di 300 tonnellate.

Il Battistero degli Ortodossi. Il mosaico della cupola del battistero degli ortodossi, metà V secolo: nel tondo centrale vi è il battesimo di Cristo, che ha vicino la personificazione del Giordano, e intorno gli Apostoli.
Il Battistero degli Ariani. L’edificio, costruito sotto il regno di Teoderico, deriva il suo apparato figurativo dal Battistero degli Ortodossi: anche qui i mosaici della cupola rappresentano il battesimo di Cristo e i dodici apostoli.

 

 

 

C’erano poi, naturalmente, le chiese: chiese di culto ariano, in conformità con la dottrina cristiana dominante fra gli Ostrogoti. Il battistero, l’edificio destinato, nella chiesa primitiva, alla celebrazione del rito del battesimo, porta ancora oggi il nome di Battistero degli Ariani; anche qui la volta è decorata da uno splendido mosaico perfettamente conservato. È significativo che contemporaneamente al battistero ariano fosse costruito a Ravenna anche il cosiddetto Battistero degli Ortodossi, cioè dei cattolici: un segno della perdurante divisione fra la comunità romana e quella ostrogota, ma anche della tolleranza da parte di quest’ultima per le confessioni religiose diverse dalla propria. Infine c’è la bellissima chiesa di Sant’Apollinare Nuovo, concepita dal re come vetrina del suo regno, come cappella di palazzo destinata alle grandi cerimonie cui partecipava lo stesso sovrano: una chiesa che ha a sua volta una storia particolare, legata al nuovo cambio di dinastia che si produsse a Ravenna alla metà del VI secolo.

Sant’Apollinare Nuovo. Eretta da Teoderico per il culto ariano all’inizio del VI secolo, la basilica fu consacrata al culto cattolico dai Bizantini e solo dal IX secolo assunse il nome attuale di Sant’Apollinare, quando vi furono portate le spoglie del santo dalla Basilica di Classe. Il campanile è del IX secolo mentre il portico è rinascimentale.

Nel 540 i Bizantini riuscirono infatti a espugnare la città, strappandola agli Ostrogoti. Sembrava che questo atto dovesse segnare la fine della guerra greco-gotica, invece il conflitto durò ancora quasi quindici anni. Mentre lo scontro era in pieno svolgimento, però, l’imperatore Giustiniano volle abbellire la capitale riconquistata, ora sede del comando militare bizantino, di splendide chiese, secondo un uso politico dell’architettura sacra già realizzato a Costantinopoli.

Giustiniano e Teodora. Mosaici del presbitero di San Vitale che rappresentano l’imperatore e la consorte mentre portano il pane e il vino eucaristico accompagnati dal loro seguito; i due gruppi sembrano avvicinarsi al Cristo raffigurato nell’abside. Le scene hanno connotati ideali e meramente simbolici, in quanto Giustiniano e Teodora non si recarono mai a Ravenna.

Nei bellissimi mosaici di San Vitale, inaugurata nel 547, l’imperatore è raffigurato insieme ai dignitari della sua corte e alle alte gerarchie ecclesiastiche locali, nell’atto di recare preziose offerte alla nuova chiesa; la testa di Giustiniano è circondata dall’aureola, a indicare la sua duplice funzione di capo politico e di suprema autorità religiosa. Sulla parete opposta è raffigurata invece l’imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano: la regina reca in mano un calice, circondata da eunuchi e dame di corte, è rivestita di gioielli e ha, come il consorte, il capo cinto da un’aureola.

Mentre la chiesa di San Vitale fu realizzata ex novo dopo la riconquista bizantina, Sant’Apollinare Nuovo, come abbiamo visto, era stata sotto Teoderico il principale edificio sacro adibito al culto ariano. In questo caso, dunque, il cambio del potere politico e il suo riflesso ponevano problemi diversi. Giustiniano doveva non solo  riconsacrare il tempio ariano, per trasformarlo in chiesa cristiana, ma anche per rimuovere le tracce del dominio ostrogoto, a partire dalla decorazione musiva. La scelta fu di conservare il più possibile la decorazione esistente, correggendone opportunamente alcuni elementi. I meravigliosi mosaici lungo la navata centrale di Sant’Apollinare Nuovo raffiguravano, al tempo di Teoderico, da un lato il palazzo del sovrano ostrogoto, dall’altro le mura di Ravenna e il porto di Classe. Seguiva una lunga processione di notabili e nobildonne ostrogoti, nell’atto di recare offerte al Cristo; inoltre, sotto le arcate che raffiguravano il palazzo, il re era effigiato insieme ai principali dignitari di corte.

Particolare del mosaico inferiore della navata centrale di Sant’Apollinare Nuovo, con il palazzo del re ostrogoto. Si riconoscono i tendaggi, aggiunti dopo la conquista bizantina per coprire quelle figure che erano in origine sotto le arcate dell’edificio.
Il porto di Classe. Particolare del mosaico della fascia inferiore della navata centrale di Sant’Apollinare Nuovo: vi è rappresentato il porto di Classe con tre navi e le mura merlate che difendono la città.
Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Particolare corteo delle vergini.

Nel caso dell’immagine di Teoderico e dei suoi cortigiani, i mosaicisti che lavorarono alla riconversione della chiesa si limitarono semplicemente a rimuovere le figure, sostituendole con tendaggi; l’operazione però non fu perfetta, e ancora oggi sono visibili spezzoni di mani strette attorno alle colonne, risalenti ai mosaici originali. Quanto alla processione di notabili ostrogoti, senza colpo ferire i personaggi effigiati vennero trasformati in santi: bastò aggiungere intorno alle loro teste un’aureola e per ogni figura una scritta, che specificava di quale santo si trattasse. Le figure alla testa della processione furono identificate con San Martino e Santa Eufemia, scelta significativa, perché il primo era il santo nemico degli eretici e la seconda protettrice dell’ortodossia contro gli ariani.

Così, per un buffo gioco del destino, i dignitari ostrogoti si videro trasformati in santi della nuova religione dominante, era anche questo un modo per segnare l’inizio di una nuova epoca.

Antonio Palo

Laureato in ‘Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’. Fondatore e amministratore del sito ‘Storia Romana e Bizantina’. Co-fondatore e presidente dell’Associazione di Produzione Cinematografica ‘ACT Production’.

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