Gli schiavi nella società e nella cultura romana

[Immagine di copertina: Il mercato degli schiavi, di Gustave Boulanger]
«Gli schiavi e gli animali domestici sono quasi uguali e rendono su per giù gli stessi servizi. La natura stessa vuole la schiavitù, perché fa differenti i corpi degli uomini liberi da quelli degli schiavi: gli schiavi col vigore che richiedono i lavori a cui sono predestinati, gli uomini liberi incapaci di curvare la loro diritta statura a opere servili e adatti, invece, alla vita politica e alle occupazioni guerresche o pacifiche. Dunque gli uomini sono liberi o schiavi per diritto di natura: la cosa è evidente. Utile agli stessi schiavi, la schiavitù è giusta.»

 

Secondo Aristotele, il grande filosofo greco del IV secolo a.C., la distinzione fra liberi e schiavi ha origine nella natura stessa: vi sono uomini che nascono liberi, altri che sono destinati da sempre a essere schiavi. L’esistenza degli schiavi sarebbe dunque una necessità naturale, e come tale impossibile da contestare o modificare. L’opinione di Aristotele è l’opinione di tutto il mondo antico, quasi senza eccezione. Per tutta la loro storia, la società greca e quella romana furono società schiaviste, in cui cioè agli schiavi era affidata una quota consistente delle attività produttive; soprattutto furono società in cui, a parte casi rarissimi, nessuno si sognava di mettere in discussione l’esistenza della schiavitù, il diritto di un uomo di essere proprietario di un altro uomo e di poterne disporre liberamente, come oggetto di piacere, o viceversa, come vittima di punizioni e torture, come merce da vendere e comprare, come risorsa da sfruttare in quanto totalmente priva di diritti.

Gli schiavi erano presenti a Roma dai tempi più antichi, ma è nel periodo compreso tra la metà del III e la metà del II secolo a.C., che il loro numero aumentò in modo esponenziale a causa delle grandi conquiste territoriali. Per fare solo un esempio, Emilio Paolo, il vincitore di Pidna (168 a.C.), nei rastrellamenti seguiti alla campagna in Grecia ridusse in schiavitù 150.000 Molossi, una popolazione che abitava la sponda orientale dell’Adriatico. Ed era una cifra modesta rispetto agli sviluppi del secolo successivo: Cesare e Pompeo, i due grandi protagonisti della storia romana nel I secolo a.C., portarono con sé dai territori conquistati rispettivamente un milione e due milioni di schiavi.

Una volta catturate, queste masse sterminate venivano immesse sul mercato. La loro vendita era regolamentata da disposizioni che non si differenziavano, in sostanza, da quelle valide per altre merci: per esempio, gli schiavi erano esposti ai potenziali acquirenti in modo che questi potessero apprezzarne l’aspetto e la robustezza, e il venditore era tenuto a informare l’acquirente di eventuali “difetti della mercanzia”. Dalla metà del II secolo, il cuore del grande commercio internazionale fu l’isola di Delo, al centro del mar Ego: qui il volume delle vendite si aggirava, secondo stime, nei momenti di più intensa attività, a 10.000 schiavi al giorno.

La gran parte degli schiavi razziati in guerra finiva a coltivare i campi. Di conseguenza, nel corso del II secolo a.C., la proprietà terriera tese sempre di più a scomparire a favore dei grandi latifondi, nei quali il lavoro era affidato a veri e propri eserciti di schiavi. Sulla condizione di questi schiavi siamo informati abbastanza bene grazie ad un’opera di Catone il Censore, il De Agricoltura, una sorta di manuale di buona amministrazione destinato al proprietario di una azienda agricola. Ecco alcuni dei suoi consigli:

«Il padrone faccia vendite all’asta. Venda l’olio, se ha il prezzo alto; venda il frumento in sovrappiù, buoi invecchiati, bestiame e pecore in cattivo stato, lana, pelli, carri vecchi, ferri vecchi, schiavi vecchi, schiavi malati; se ha qualcos’altro di superfluo, lo venda.»

Due cose colpiscono nelle parole di Catone. Anzitutto, gli schiavi sono inclusi in un elenco che li pone sullo stesso piano di bestiame, carri e ferri vecchi. In secondo luogo, il consiglio di vendere schiavi vecchi e malati rivela una mentalità prettamente utilitaristica: dato che un servo in cattive condizioni fisiche non è redditizio per il padrone, tanto vale che si cerchi di ricavarne un ultimo guadagno, vendendolo. In un altro punto del suo manuale Catone spiega che il padrone «quando gli schiavi sono ammalati, non deve dare loro molto cibo»: ancora una volta, evidentemente, perché durante la malattia lo schiavo risulta improduttivo, e dunque “consuma” cibo senza restituirlo in forma di lavoro prestato. Catone del resto aveva trovato il modo di rendere economicamente conveniente persino l’attività sessuale dei propri schiavi, visto che organizzava, beninteso a pagamento, appositi incontri fra i suoi servi e le sue ancelle. Tra l’altro, poiché i figli di una schiava erano essi stessi schiavi, con questo meccanismo Catone incrementava anche a costo zero il numero dei suoi servi.

Non tutti gli schiavi andavano incontro alla medesima sorte. Gli addetti al lavoro nelle miniere vivevano in assoluto la condizione peggiore del mondo antico; migliore, invece, quella di chi serviva presso la residenza urbana di un aristocratico. Qui confluivano normalmente schiavi dotati di una certa cultura, che potevano svolgere anche compiti di responsabilità nella gestione dei beni del padrone, o divenire precettore dei suoi figli.

Tutti gli schiavi potevano essere impunemente picchiati, torturati, uccisi, e non solo dai loro padroni; durante le inchieste giudiziarie, per esempio, era normale impiegare la tortura per estorcere la confessione a uno schiavo, mentre questa prassi era rigorosamente vietata nei confronti di uomini liberi. Inoltre, un’antica norma imponeva che, se un servo uccideva il proprio padrone, tutti gli schiavi presenti sotto lo stesso tetto dovevano essere messi a morte insieme al colpevole, sulla base del presupposto che erano stati complici dell’assassino o, quanto meno, non gli avevano impedito di agire. Ancora nel I secolo d.C. (più precisamente nel 57 d.C.), l’uccisione di un importante magistrato da parte di un suo schiavo portò a giustiziare tutti i suoi 400 servi; e a chi si lamentava del’eccessivo rigore della punizione, un senatore spiegò che «l’unico modo per tenere a freno questa accozzaglia di schiavi è il terrore.»

Abbiamo parlato finora degli schiavi maschi, ma naturalmente esistevano a Roma anche moltissime schiave. Le ancelle erano perlopiù al servizio personale della padrona come cameriere, truccatrici, ecc.; in questo caso la loro condizione era per molti aspetti migliore di quella dei loro colleghi uomini, ma anche qui non si può generalizzare: sappiamo dalle fonti che una signora scontenta del lavoro della sua schiava pettinatrice poteva punirla conficcandole nella carne le forcine e le spille usate per reggere i capelli. Le schiave erano però anche oggetti sessuali a disposizione dei loro padroni, che potevano goderne i favori in qualsiasi momento. D’altra parte, come si è già detto, i figli delle schiave ereditavano la condizione della madre: un modo come un altro per incrementare senza oneri economici il numero dei propri servi.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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