Romani vs. Pirati / La pirateria nel mondo romano

La pirateria nasce di pari passo con la comparsa delle prime imbarcazioni, sino a giungere a quell’epoca tra il XVI e il XVII secolo che è quella più impressa nel nostro immaginario. Vediamo ora come si sviluppa la pirateria nel mondo romano, grazie a chi e come fu possibile stroncarla, e alcuni aneddoti che ci sono stati tramandati. Buona lettura!

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Guerra illirica (230-229 a.C.). Nel mondo romano la prima fonte che ci parla espressamente di pirateria è Polibio. Dopo la guerra contro Cartagine, che aveva “messo in sicurezza” il Mar Tirreno, Roma deve fronteggiare i pirati illirici, diventati una vera e propria minaccia per le città adriatiche. Tra queste, le colonie romane di Brindisi e Rimini avevano invocato l’aiuto di Roma. Facciamo un passo indietro: come si era originata la pirateria illirica? Il fenomeno in quest’area assume una dimensione legalitaria, infatti i pirati sono autorizzati dalla regina degli Illiri, Teuta, ad assalire le navi straniere. La stessa regina poi fece in modo che Roma avesse il casus belli: inviati dei legati, uno di questi fu assassinato, e l’assassinio di un ambasciatore corrispondeva non tanto ad una provocazione, bensì ad una dichiarazione di guerra. Nel giro di un anno i Romani stroncarono il fenomeno dall’area, ponendo le basi per il controllo dell’intero Adriatico.

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Nel II secolo a.C. troviamo sempre tracce di pirateria nelle aree del Mediterraneo settentrionale, tra queste sono da ricordare le due basi principali in Provenza e nelle Isole Baleari: ad espugnarle furono rispettivamente i consoli Quinto Opimio (154 a.C.) e Quinto Cecilio Metello (121 a.C.), e fu concesso ad entrambi il trionfo.

Il problema maggiore però si aveva nell’area del Mediterraneo orientale, dove il fenomeno era radicato da tempo in particolar modo nella regione della Cilicia, a Creta e nelle numerose isolette dell’Egeo. Se, stando alle fonti, la pirateria nasce (o era già presente, ndr) nel Regno dei Seleucidi, essa arriva ad assumere un’importanza sempre più fondamentale.

La situazione diventa allarmante in coincidenza delle guerre mitridatiche, durante le quali il re del Ponto Mitridate VI conta sull’appoggio di flotte di pirati (il tutto a discapito dei Romani, nonostante la legge De provinciis praetoris del 100 a.C.). Storicamente non provato, ma interessante, è l’aneddoto riportatoci da Svetonio (Vite dei Cesari, I) e Plutarco (Vite Parallele) sul rapimento di Giulio Cesare da parte di pirati. Ecco la versione di Plutarco:

Non passò però molto tempo che [Cesare] s’imbarcò di nuovo, ma giunto al largo dell’isola di Farmacusa fu catturato dai pirati, che già allora dominavano il mare con vaste scorrerie e un numero sterminato di imbarcazioni. I pirati chiesero venti talenti per il riscatto e lui, ridendo, esclamò: «Voi non sapete chi avete catturato! Ve ne darò cinquanta». Dopodiché spedì alcuni del suo seguito in varie città a procurarsi il denaro e rimasto lì con un amico e due servi in mezzo a quei Cilici, ch’erano gli uomini più sanguinari del mondo, li trattò con tale disprezzo che quando voleva riposare gli ordinava di fare silenzio. Passò così trentotto giorni come se fosse circondato non da carcerieri ma da guardie del corpo, giocando e facendo ginnastica insieme con loro, scrivendo versi e discorsi che poi gli faceva ascoltare, e se non lo applaudivano li redarguiva aspramente, chiamandoli barbari e ignoranti. Spesso, scherzando e ridendo, minacciava d’impiccarli, e quelli, attribuendo la sua sfrontatezza all’incoscienza tipica dell’età giovanile, a loro volta gli ridevano dietro. Ma appena giunse da Mileto il denaro del riscatto e pagata la somma fu rilasciato, allestì subito delle navi e dal porto di quella stessa città salpò alla caccia dei pirati. Li sorprese che stavano alla fonda nelle vicinanze dell’isola, li catturò quasi tutti, saccheggiò i frutti delle loro razzie, fece rinchiudere gli uomini nella prigione di Pergamo e si recò difilato dal governatore d’Asia, I’unico, che in qualità di pretore aveva il compito di punire i prigionieri. Ma quello, messi gli occhi sul bottino (piuttosto cospicuo, in verità), disse che si sarebbe occupato a suo tempo dei prigionieri. Allora Cesare, mandatolo alla malora, tornò di corsa a Pergamo e tratti fuori dal carcere i pirati li impalò tutti quanti così come nell’isola con l’aria di scherzare, gli aveva spesso pronosticato.

Negli stessi anni (anni ’70 del I secolo a.C.) avevano combattuto in Oriente Publio Servilio Vatia (pro-console di Cilicia), Marco Antonio Cretico (padre di Marco Antonio) e il pretore Cecilio Metello, che avevano sconfitto i pirati, ma non erano riusciti a far estinguere una volta per tutte il fenomeno.

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La svolta si ha nel 67 a.C con la lex Gabinia (che prende il nome dal tribuno Aulo Gabinio che la propose). Se la legge del 100 a.C. è una maniera di estendere il proprio controllo in maniera totale sull’area di interesse ai fini commerciali marittimi con il pretesto di proteggere i traffici, la lex Gabinia affrontava il problema in maniera radicale, ovvero militarmente. Questa legge conferiva a Pompeo poteri straordinari nella lotta alla pirateria, oltre a dotarlo di un grande apparato militare (500 navi, 5.000 cavalieri e 120.000 soldati). Il punto della situazione in quell’anno ci è dato da Cassio Dione:

I pirati non navigavano più a piccoli gruppi, ma in grosse schiere, e avevano i loro comandanti, che accrebbero la loro fama [per le imprese]. Depredavano e saccheggiavano prima di tutto coloro che navigavano, non lasciandoli in pace neppure d’inverno […]; poi anche coloro che stavano nei porti. E se uno osava sfidarli in mare aperto, di solito era vinto e distrutto. Se poi riusciva a batterli, non era in grado di catturarli, a causa della velocità delle loro navi. Così i pirati tornavano subito indietro a saccheggiare e bruciare non solo villaggi e fattorie, ma intere città, mentre altre le rendevano alleate, tanto da svernarvi e creare basi per nuove operazioni, come si trattasse di un paese amico.

Pompeo divise il Mediterraneo in distretti e distribuì flotta e uomini in ognuno di essi. Nel giro di tre mesi tutta la pirateria cessò di esistere: il bilancio fu di un centinaio di città strappate ai pirati, migliaia di navi catturate e circa 20000 prigionieri. Pompeo si dimostrò clemente con gli sconfitti e diede loro la possibilità di “reintegrarsi” facendoli insediare nelle città asiatiche che erano state distrutte dal re d’Armenia Tigrane e in Acaia.

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Anche in età imperiale si ha notizia di piccoli gruppi di pirati: da ricordare quello costituito (e represso nel sangue) da Ebrei in seguito alla distruzione di Gerusalemme che fu più che altro una “pirateria di sostentamento”. Tutto il Mediterraneo fu tuttavia sicuro per l’intera durata dell’Impero, mentre a divenire nuovi centri di pirateria furono le coste sassoni, dove stazionavano vere e proprie flotte militari in quello che potremmo definire un limes marittimo, attestato da fortificazioni lungo la Manica.

 

Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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