“Regere Imperio” / La riflessione culturale sull’imperialismo dei Romani

Nicolas Poussin, Camillo lascia il maestro di scuola ai suoi allievi (1637), Museo del Louvre, Parigi.

Lazio, primi anni del IV secolo a.C. L’assedio di Falerii da parte dei Romani si protraeva da tempo con scarsi risultati, nonostante l’impegno di uno dei migliori generali, Furio Camillo. Un giorno, i Romani videro entrare nell’accampamento una strana processione: un gruppo di ragazzi di Falerii guidati da un adulto, che si presentò al comandante spiegando la sua proposta. Era un insegnante con i suoi allievi, rampolli dell’aristocrazia di Falerii; prendendoli in ostaggio, Furio Camillo avrebbe costretto facilmente la città alla resa, e lui si offriva dunque di consegnarglieli. La reazione di Camillo fu decisa quanto imprevista. Ordinò che al maestro fossero legate le mani dietro la schiena e che in queste condizioni gli studenti lo riportassero a Falerii, spiegando che i Romani erano abituati a condurre le guerre sul campo di battaglia, non attraverso il tradimento, e che il rispetto dei valori morali era per Camillo non meno essenziale del coraggio e della vittoria. Fece seguito un’altrettanta reazione imprevedibile dei Falisci (abitanti di Falerii, ndr): ammirati dalla correttezza del generale, deliberarono all’unanimità di arrendersi ai Romani, «convinti – spiegarono – che vivremo meglio sotto il vostro impero che secondo le nostre leggi.»

Questa vicenda è raccontata da Tito Livio, storico amico di Augusto e autore di una monumentale storia di Roma, ed è una vicenda (come quasi tutte quelle contenute nell’opera liviana) esemplare, volta a dare al lettore un modello di comportamento e un messaggio di carattere morale. In questo caso, Livio intende fornire una possibile risposta ad una domanda cruciale: come è stato possibile che i Romani siano riusciti a conquistare un impero gigantesco? E soprattutto, che cosa dà ai Romani il diritto di sottomettere altri popoli? È il problema della cosiddetta giustificazione ideologica dell’imperialismo, cioè di trovare motivazioni che spieghino e legittimino, ai propri occhi e a quelli degli altri popoli, la posizione di egemonia di uno Stato o di un popolo su altri. Questo problema si ripropose anche nell’età moderna, per esempio quando le potenze europee si spartirono gli altri quattro continenti, spesso attraverso spaventosi massacri e la distruzione sistematica delle culture cosiddette “primitive”. Secondo uno scrittore inglese vissuto tra Ottocento e Novecento, Rudyard Kipling, le conquiste rappresentano il “fardello dell’uomo bianco”, membro di una razza superiore alla quale la storia imponeva il compito di portare la civiltà nel resto del mondo.

Nella visione di Livio l’espansione romana appare come un processo pacifico, che avviene con il consenso degli stessi conquistati: non sono i Romani a conquistare Falerii, ma sono i Falisci a sottomettersi spontaneamente, e non perché sconfitti dalle armi ma perché ammirano la superiorità morale degli avversari. I Romani, d’altra parte, vengono presentati come combattenti valorosi e leali, che preferiscono vincere le guerre lottando faccia a faccia con l’avversario, senza la scorciatoia del tradimento. Per questo gli dèi sono dalla loro parte. Dunque, la risposta di Livio è chiara: i Romani hanno il diritto di conquistare un impero perché sono moralmente superiori, e questo fa sì che godano del favore degli dèi e che gli stessi popoli sottomessi traggano vantaggio dall’egemonia di Roma.

Enea fugge mentre Troia brucia Federico Barocci – 1598 – Galleria Borghese – Roma.

Negli stesso anni, il problema viene affrontato anche da Virgilio nell’Eneide. Qui il poeta immagina che Enea discenda nel mondo dei morti per incontrare il padre, Anchise; prima di risalire fra i vivi Enea – che rappresenta tutti i Romani, suoi discendenti ideali – riceve da Anchise una vera e propria missione:

«Tu ricorda, o romano, di dominare le genti; queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace, risparmiare i sottomessi e debellare i superbi.»

Se i Romani dominano il mondo e gli altri popoli, quindi, non è perché siano più forti militarmente o più fortunati, ma perché questa è la missione che da sempre, da prima ancora che la città fosse fondata, è stata loro attribuita dagli dèi e dal destino che reggono le vicende del mondo. Le arti dei Romani sono la conquista e l’imposizione della pace che si può ottenere solo a patto di sottomettersi: chi non lo fa entra automaticamente nella categoria dei “superbi”, cioè di coloro che si oppongono alla conquista (dunque alla volontà divina) e vanno per questo “debellati”.

La riflessione romana sull’imperialismo dura, si può dire, finché dura l’impero. Ecco per esempio come si esprime Rutilio, poeta vissuto tra IV e V secolo d.C., immaginando di rivolgersi alla stessa Roma:

«Facesti di genti diverse una sola patria, giovò agli ingiusti cadere sotto il tuo dominio: offrendo ai vinti di partecipare alle tue leggi, rendesti una città quello che prima era un mondo.»

Nella concezione di Rutilio, i popoli sottomessi sono per loro natura ingiusti e incivili, meritevoli di essere conquistati in ragione della loro inferiorità culturale; per loro la conquista è un vantaggio, perché li immette nel circuito di una civiltà superiore. Nell’ultimo verso sembra persino di leggere l’anticipazione del concetto moderno di “globalizzazione”: Roma ha trasformato in un’unica grande città quello che prima era un mondo diviso proprio come oggi il mondo sembra non conoscere più confini e barriere. E anche nell’impero visto da Rutilio, così come nella moderna globalizzazione, la tanto celebrata unità non è altro, in effetti, che l’egemonia di una cultura dominante si tutte le altre.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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