Le riforme economiche e fiscali di Diocleziano

Le riforme di Diocleziano toccarono lo Stato romano in tutti i suoi elementi, in primis quello economico. L’obbiettivo principale dell’imperatore fu quello di rallentare l’inflazione, la crescita incontrollata dei prezzi a danno dei ceti meno abbienti, e allo stesso tempo di stimolare la produttività. Nel 301 fu così emanato l’Editto dei Prezzi, che fissava per legge i costi sia dei beni di consumo che di quelli artigianali. Il periodo di crisi economica si protraeva nell’Impero già da tempo. Ne è esempio l’adulterazione delle monete, ossia l’aggiunta di metallo comune nelle monete senza che queste diminuissero il proprio valore nominale, che comprova – con un adeguato confronto – l’effettiva crisi: ad esempio, nella dinastia giulio-claudia, Nerone aveva ridotto del 10% la quantità di argento dei denari; Marco Aurelio, alla fine del principato adottivo, era sceso al 75%; mentre Settimio Severo, capostipite della dinastia severiana da lui fondata, si fermò al 50%. La situazione arrivò al suo ‘naturale’ culmine proprio nel III secolo, di pari passo con il crollo di rifornimenti di metalli preziosi: le monete, sempre più ‘povere’, innescarono un effetto domino che portò all’aumento dei prezzi e alla conseguente necessità di disporre di maggiori monete che arrivassero ad un effettivo controvalore di metallo prezioso. Mentre i prezzi salivano le monete ancora ‘ricche’ non venivano più immesse dai privati che le possedevano: lo Stato si ritrovava così privato della quantità di metallo prezioso immessa inizialmente sul mercato, che sarebbe dovuta circolare – in un normale contesto economico – fino al fisco, e procedeva a riconiare con quantitativi sempre inferiori le nuove monete. L’Editto del 301, su spinta dell’esercito, si prefiggeva di mantenere una situazione stabile: per legge venivano stabiliti i prezzi di molti prodotti o servizi, e persino le tariffe per il trasporto delle merci o i salari. Diocleziano cercò in tutti i modi di far applicare l’editto, che fu diffuso ai quattro angoli dell’Impero, che non godette di buona fama.

Lapide con parte del testo dell’editto, al Pergamonmuseum di Berlino.

Per alcuni storici – specie se contrari all’imperatore – l’editto fu un fallimento, dato che le merci finirono per essere ritirate dal mercato e immessi su un mercato nero ‘parallelo’ nel quale la vendita avveniva ad un prezzo più alto di quello stabilito per legge: con un’economia sempre più paralizzata, si decise infine di abrogarlo.

«È dunque volontà nostra che i prezzi segnati nella seguente tabella non siano aumentati in nessuna parte del nostro impero, senza tuttavia vietare che essi possano diminuire laddove si abbia abbondanza dei vari generi. E poiché risulta che anche i nostri antenati emanavano leggi repressive per contenere l’audacia con la paura, si ordina che chiunque violi questa legge sia punito con la pena di morte. La stessa pena colpirà gli accaparratori, come pure coloro che imboscheranno le merci necessarie all’alimentazione.»

Le 4 parti e le 12 diocesi nella nuova divisione tetrarchica dell’impero romano voluta da Diocleziano, con relative nuove zecche imperiali.

La riforma fiscale ebbe, al contrario di quella economica, effetti più duraturi che ridisegnarono il volto dell’Impero e il rapporto tra Stato e contribuente. I terreni delle province furono divise tra i coloni che le lavoravano: a ciascun colono toccava un’unità minima di terreno (iugum) a cui rimaneva vincolato per tutta la vita. La tassazione – che il colono versava a priori dal terreno che era obbligato a coltivare – veniva calcolata poi in base al tipo di coltivazione e alle caratteristiche e alla fertilità del terreno. Le diocesi istituite con la riforma tetrarchica fecero da tramite al versamento dei tributi: ogni diocesi versava allo Stato la somma proporzionale delle unità fiscali (iuga) dei terreni che la costituivano (che non dovevano per forza coincidere con le unità di superficie, gli iugera). Il censimento per i calcoli tributari avvenivano attraverso le indizioni che si ripetevano ad intervalli regolari di cinque anni. Venne istituito, oltre che al registro dei terreni, anche un registro dei contribuenti, i subiecti (“sudditi”), di cui lo Stato poteva disporre come meglio credeva.

La riforma si presentava, almeno in teoria, molto equa, dato che si basava sulla produttività dei vari terreni. Essa permise anche la possibilità di stilare un bilancio preventivo, ossia la possibilità di calcolare le entrate derivanti dalla tassazione e prevederne le spese e le uscite. In pratica però, le tasse aumentarono, e molti coloni si ritrovarono loro malgrado a coltivare anche terreni incolti per raggiungere la somma prefissata da versare alla diocesi di competenza. L’ereditarietà dei mestieri fissata per legge, istituita come provvedimento volto ad un’ordinata riscossione delle tasse (ordinare significava in pratica avere una società lavorativa statica), diede infine il colpo di grazia ad una società che doveva il suo successo alla dinamicità e alla possibilità di migliorare le condizioni personali.

Gruppo di prigionieri sasanidi, due dei quali hanno il culto dell’imperatore. Arco di Galerio, a Tessalonica (Salonicco).

Risultati incoraggianti giunsero invece dalla riforma dell’esercito. Gli effettivi (di cui una parte – il comitatus – agli ordini diretti dell’imperatore) aumentarono fino a raggiungere le 400.000/500.000 unità, includendo pertanto molti barbari che, oltre a svolgere la funzione di soldati, divennero anche coloni dei territori nei pressi del limes e quindi nuovi contribuenti. L’esercito romano – anche per le motivazioni legate ai terreni – tornò ad essere così più solido (e più dispendioso), come dimostrato dai continui successi sia sui fronti danubiano e persiano, sia dalla repressioni di rivolte di usurpatori o di indigeni e malcontento popolare verso i latifondisti e i funzionari esattori.

Dopo decenni di sgretolamento politico le riforme di Diocleziano contribuirono a far avere allo Stato un ruolo di primo piano, con una forte autorità centrale che riuscì ad imporre le riforme sia nei grandi centri che nelle periferie dell’Impero. Le riforme sociali ed economiche favorirono però la creazione di classi sociali chiuse ereditarie, in uno scenario che sarà consuetudine nel futuro Medioevo. Il rafforzamento dell’autorità centrale non giovò all’autonomia delle autorità periferiche: venne a mancare così quello che era stato il legame tra élite provinciali e governo centrale, con le prime che iniziarono a percepire lo Stato sempre più lontano e ‘avido’ e con il secondo che si ritrovava danneggiato in termini di consenso politico.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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