La Germania Magna dopo Teutoburgo: il conflitto tra Cherusci e Marcomanni (16-19 d.C.)

La disfatta di Teutoburgo ad opera di Arminio, se da un lato aveva dato modo di apprendere a Romani e popolazioni germaniche le reciproche tecniche e tattiche militari, dall’altro poteva sembrare avesse dato inizio alla nascita di un comune sentimento “nazionale”, contrapposto appunto a quello romano. Non fu così. L’immediata spedizione vittoriosa di Germanico (14 d.C.), interrotta precocemente da Tiberio (16 d.C.), contribuì a far rinascere quelle rivalità che avevano distinto sin da subito le tribù germaniche: mentre alcune rimanevano fedeli alla causa di Arminio, altre, che avevano avuto già in precedenza relazioni di amicizia con i Romani, cominciarono a chiederne l’aiuto esterno romano proprio per salvaguardare quella loro autonomia.

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I due principali “regni” che andarono acquistando maggiore importanza dopo la partenza di Germanico furono quello dei Cherusci di Arminio e quello dei Marcomanni di Maroboduo, rispettivamente nemici e alleati dell’Impero. Le ragioni che condussero allo scontro possono essere riassuntivamente di due tipi. Non fu tanto il voler prevalere per costituire un’entità politica, quanto le ragioni interne al complesso reticolo di alleanze dei germanici. All’interno delle stesse tribù mancava una stabilità e una linea comune, basti pensare che la stessa famiglia di Arminio era profondamente divisa da rivalità interne e diverse visioni politiche; stesso discorso anche per quanto riguardava le dominazioni: ad esempio alcuni popoli, come i Longobardi e i Semnoni, per quanto vassalli di Maroboduo, preferirono sostenerne Arminio. Tutti questi elementi contribuirono perciò ad estendere il conflitto a quasi tutta la Germania, mettendo contro famiglie, tribù e regni.

Busto detto di Arminius

Sia Arminio che Maroboudo avevano impostato la loro linea politica sul rapporto (differente) con l’Impero: il primo faceva leva sul sentimento anti-romano e sulla recuperata libertà e gloria ottenuta con Teutoburgo, rimproverando a Maroboduo la sua arrendevolezza e il suo anteporre gli interessi romani a quelli germanici.

«Allora dunque Arminio, nel passare a cavallo tutti in rassegna, accostandosi ai singoli reparti, vantava la ricuperata libertà e il massacro delle legioni, indicando le spoglie e le armi romane, che vedeva ancora impugnate da molti; e all’inverso chiamava Maraboduo disertore, inesperto di battaglie, protetto dai segreti rifugi della selva Ercinia, uno che aveva mendicato con doni e ambascerie l’alleanza romana, un traditore della patria, un satellite di Cesare, che meritava d’essere spazzato via con lo stesso furore con cui avevano eliminato Quintilio Varo. Si ricordassero solo di tante battaglie, il cui esito, con la conclusiva cacciata dei Romani, stava a provare senza ombra di dubbio a quale dei due popoli spettasse il primato in guerra.»

Il secondo considerava (e non a torto!) Arminio come un inesperto che doveva il suo successo solo alla sua perfidia con la quale aveva tratto in trappola tre legioni e aveva tradito un comandante che non si aspettava un tradimento del genere, inoltre egli considerava più onorevole la sua posizione, che aveva affrontato i Romani salvo poi giungere ad una pace incruenta che ne tutelava effettivamente sia gli interessi romani che quelli della Germania. Un’altra differenza, tra i due contendenti, stava proprio nel disegno politico: se Arminio combatteva per motivazioni idealistiche, Maroboduo aveva intenzione di creare un vero e proprio dominio in Germania, anche a costo di scendere a patti con le potenze esterne.

«Nemmeno Maroboduo risparmiava vanto a sé e insulti al nemico; ma, tenendo per mano Inguiomero, garantiva che solo nella sua persona stava tutto l’onore dei Cherusci e che i successi raggiunti si dovevano alle sue scelte. Diceva che Arminio, pazzo e privo d’esperienza, si faceva bello della gloria altrui, perché solo con la perfidia aveva ingannato tre legioni sbandate e un comandante che non si attendeva il tradimento, con conseguenze spaventose per la Germania e con sua vergogna personale, dato che la moglie e il figlio erano ancora in condizioni di schiavitù. Quanto a sé invece, attaccato da dodici legioni guidate da Tiberio, aveva saputo serbare senza macchia la gloria dei Germani e lo scontro s’era concluso senza vincitori né vinti: era perciò ben contento che dipendesse da loro decidere se preferivano una nuova guerra contro i Romani o una pace incruenta. Gli eserciti, spronati da tali parole, erano anche sollecitati da motivi particolari, perché i Cherusci e i Langobardi combattevano per l’antica dignità e la recente libertà, mentre dall’altra parte si lottava per accrescere un dominio.»

Lo scontro militare – con tattiche “romane” – avvenne tra il 18 e il 19 d.C., e fu un successo per i Cherusci e i loro alleati.

«Si affrontano schierati i due eserciti, con pari speranza di successo, e non più, come un tempo facevano i Germani, con attacchi isolati di masse disordinate; perché la lunga esperienza militare fatta contro di noi li aveva addestrati a seguire le insegne, a impiegare le riserve, a eseguire gli ordini di chi comanda. […] Mai altrove si vide uno scontro di dimensioni maggiori e con esito più incerto, per la rotta, sui due fronti delle due ali destre; e la battaglia si sarebbe rinnovata, se Maroboduo non avesse ritirato l’accampamento sui colli. Fu il segnale del disastro; progressivamente sguarnito dalle diserzioni, riparò dai Marcomanni e inviò ambasciatori a Tiberio per chiedere aiuto. La risposta fu che non aveva diritto di invocare le armi romane contro i Cherusci, per non avere lui in nulla aiutato i Romani, quando combattevano lo stesso nemico. Venne però inviato Druso, come già detto, a garantire la pace.»

La sconfitta costa a Maroboduo anche il trono dei Marcomanni: infatti un giovane, tale Catualda, appartenente ai Gotoni, fatto esiliare da Maroboduo, fa ritorno nel territorio dei Marcomanni e, corrompendo i principali capi, riesce ad impossessarsi della reggia, del tesoro del re e dello stesso trono, costringendo Maroboudo all’esilio a sua volta. Il re marcomanno troverà questa volta asilo proprio nell’Impero: giunto nel Norico, chiese asilo a Tiberio che lo accolse e lo fece stabilire con tutta la sua famiglia a Ravenna in virtù delle relazioni, da alleato o da neutrale, che aveva tenuto nei confronti dell’Impero. Dopo poco tempo anche Catualda seguì la sorte di Maroboduo: scacciato, chiese e trovò rifugio in Gallia Narbonense.

La sorte di Arminio, il traditore di Varo, fu per certi versi ancora peggiore: la vittoria sui Marcomanni aveva accresciuto in lui il desiderio di divenire re a tutti gli effetti delle popolazioni germaniche.

«Tra le pagine di scrittori e senatori di quel tempo trovo che fu letta in senato una lettera di Adgandestrio, principe dei Catti, in cui prometteva la morte di Arminio, se gli avessero inviato il veleno necessario all’assassinio, e la risposta fu che non con l’inganno e le trame segrete, ma a viso aperto e con le armi in pugno il popolo romano prendeva vendetta dei suoi nemici. Tiberio si vantava, così, di eguagliare gli antichi comandanti, che avevano rifiutato il veleno contro il re Pirro e denunciato le trame a suo danno. Peraltro, dopo la partenza dei Romani e la cacciata di Maroboduo, Arminio, nella sua pretesa di farsi re, si scontrò con lo spirito di libertà del suo popolo. Affrontato in armi, combatté con varia fortuna, ma poi cadde per il tradimento dei suoi congiunti. Ebbe senza dubbio il merito d’aver difeso la libertà dei Germani e d’aver sfidato il popolo romano, non come altri re e condottieri, al suo nascere, ma in un impero al colmo della potenza; con alterna fortuna sul campo, ma invitto in guerra. Compì trentasette anni di vita, ne trascorse dodici al potere; ancor oggi vivo nei canti dei popoli barbari, benché ignoto agli annali dei Greci, che ammirano solo le proprie gesta. E non è celebrato come merita neppure tra noi Romani, che, poco attenti al presente, esaltiamo solo il passato.»

Per ironia della sorte, lo stesso liberatore dei germanici, che aveva riscattato la loro libertà, fu eliminato con la stessa accusa con la quale aveva giustificato la guerra all’Impero dai suoi stessi congiunti…

[X]

Fonte: Tacito, Annales, II-III

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Antonio Palo

Laureato in ‘Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’. Fondatore e amministratore del sito ‘Storia Romana e Bizantina’. Co-fondatore e presidente dell’Associazione di Produzione Cinematografica ‘ACT Production’.

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