Il Somnium Scipionis: vivremo ancora dopo la morte?

[Immagine di copertina. Mausoleo di Galla Placidia – particolare della volta e del cielo stellato]

Il De re publica di Cicerone si chiude con un dialogo, il Somnium Scipionis, nel quale Scipione l’Africano compare in sogno a Scipione l’Emiliano, figlio adottivo di suo figlio, e dopo avergli rivelato la bellezza e l’armonia delle sfere celesti, gli mostra la via Lattea, luogo di beatitudine riservato a coloro che hanno operato per il bene della patria.

Scipione e Polibio, incisione (1797).

Un sogno premonitore. Un giorno, quando era ancora giovane e si trovava come tribuno militare in Africa, nel palazzo del re Massinissa, Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e Numanzia, fece un sogno piuttosto singolare. Gli sembrò infatti di vedere il nonno paterno, il grande Scipione l’Africano, che dall’alto di un luogo luminoso e pieno di stelle gli indicava, sulla Terra lontana, la città di Cartagine. «Un giorno», gli preannunciava l’Africano, «tu sarai chiamato a guidare la guerra contro quella città». Poi l’indice puntava verso il centro della Spagna: a Scipione Emiliano veniva ora indicata la città di Numanzia, e la voce del nonno gli diceva che in quella circostanza sarebbe stato lui a portare termine la lunga guerra contro i popoli della Spagna, con la distruzione della città. La prima reazione dell’Emiliano fu ovviamente di spaesamento, quasi di terrore: si trovava all’improvviso come sospeso in un luogo sconosciuto, dal quale poteva contemplare l’intero universo, la Terra al centro, poi la Luna e gli altri pianeti, il Sole e le stelle. E poi, di che natura era l’immagine dell’Africano che gli stava parlando? Si trattava di un fantasma o era una persona viva? Questo cosa significava? Era stato lo stesso Scipione a rassicurare il nipote: «Affinché tu possa servire la repubblica con un impegno ancora maggiore», gli spiegò, «sappi questo: per tutti coloro che avranno contribuito alla conservazione, alla salvezza e all’accrescimento della patria, c’è una sede sicura loro assegnata dal cielo, della quale potranno godere, felici, per l’eternità».

L’anima infatti, aveva continuato l’Africano, una volta libera dalla prigione del corpo, si ricongiunge al cielo da cui proviene, e qui vive per sempre. Una bella prospettiva, indubbiamente, ma non aperta a tutti: solo quanti dedicano la propria vita alla difesa e all’espansione di Roma possono godere di questo invidiabile privilegio. Insomma, questo “paradiso” romano è decisamente laico, e molto politico: per accedervi non bisogna genericamente essere “buoni”, e neppure manifestare la propria fede verso un certo credo religioso; piuttosto, bisogna consacrarsi alla patria, pronti per questo a pagare qualsiasi prezzo. Insomma, un paradiso costruito su misura per ricchi aristocratici dediti al governo della città.

Enea scende all’Averno (Nicolò dell’Abate, Rocca di Scandiano)

Considerazioni tecniche e paralleli letterari. La visione escatologica del Somnium corrisponde al “mito di Er” con cui si conclude la Repubblica platonica: anche lì compaiono una descrizione dell’aldilà e la rivelazione della sorte che toccherà alle anime dopo la morte. Mentre Platone incentra la propria riflessione sulla figura del saggio, il quale in vita ha seguito l’idea del Bene e, per questo, ha accesso alla beatitudine celeste, Cicerone ha come riferimento l’uomo politico, che non solo teorizza ciò che è vero e ciò che è giusto, ma persegue, con la sua azione, il bene dello Stato. Il Somnium Scipionis, in cui riecheggiano molte dottrine filosofiche, dai presocratici a Platone, ai pitagorici, ai peripatetici e agli stoici, si affianca alle tante opere che contengono descrizioni di visioni e viaggi nell’aldilà, come la Nékya (“discesa agli inferi”) omerica (Odissea, libro XI), o la discesa agli Inferi di Enea (Eneide, libro VI), ed è tra le probabili fonti della commedia dantesca. La visione del mondo ultraterreno è sempre collegata a una rivelazione, da cui dovranno derivare conseguenze importanti per il destino di un popolo o per la missione di un eroe: gli insegnamenti ricevuti in quella sede acquistano, infatti, una sacrale autorevolezza che spesso diviene il fondamento dei valori della collettività. Anche nello sviluppo delle singole argomentazioni Cicerone si avvale molto spesso delle opere di Platone: la concezione dell’anima del mondo e delle sfere celesti è tratta dal Timeo, mentre dal Fedone deriva il concetto dell’anima chiusa nel corpo come in un carcere e quello che indica nella morte la vera vita, pur condannando il ricorso al suicidio. Il passo che contiene la dimostrazione dell’eternità dell’anima è in larga parte tradotto dal Fedro.

Particolare di un affresco della Villa di Livia a Prima Porta. I giardini (paradeisoi in greco, horti o viridaria in latino) delle ville romane non sono mai rappresentazioni naturalistiche, ma idealizzanti. L’immagine dell’aldilà come giardino è già in tombe etrusche e italiche del IV-III secolo a.C.

Oltre agli influssi platonici, troviamo nel Somnium motivi tratti dallo stoicismo e in particolare da Posidonio, al quale si rifà gran parte della letteratura escatologica: tali motivi sono soprattutto la concezione panteistica dell’universo e quella che pone l’accento sulla preminenza del sole nell’universo. Numerosi sono infine i motivi di carattere pitagorico, dovuti forse alla diffusione – anche in forma di sette filosofiche e religiose – di correnti neopitagoriche a Roma nel corso del I secolo a.C.: ne furono artefici l’erudito Nigidio Figulo, del quale Cicerone fu amico, Varrone e molti altri intellettuali, che trovarono in esse un valido antidoto al materialismo epicureo. Alle dottrine neopitagoriche sono riconducibili motivi come quello della virtù profetica dei sogni, della Via Lattea come sede della vita ultraterrena, del soggiorno nell’atmosfera delle anime impure prima di nuove reicarnazioni, dell’armonia delle sfere celesti, del corpo come carcere dell’anima.


Un orizzonte tutto terreno. E gli altri? Come immaginavano ciò che li attendeva dopo la morte? Per fortuna, a questa domanda possiamo rispondere grazie alle migliaia di iscrizioni funerarie che ci sono giunte dal passato di Roma: iscrizione di gente qualsiasi, uomini e donne, vecchi e bambini, schiavi, artigiani, mercanti e notabili. E il quadro è impressionante:

Il compianto funebre. Rilievo funerario dal monumento della famiglia degli Haterii (fine I secolo d.C.): il defunto giace su un letto intorno al quale sono accesi degli incensieri: l’esposizione avveniva nell’atrio della casa e il defunto veniva composto con i piedi rivolti all’uscita perché la sua anima non tornasse indietro. Intorno al letto delle donne si battono il petto esprimendo così il loro dolore.

«Scherza, divertiti, te lo consiglio: qui regna estremo rigore.»

«Sono convinto che non c’è domani.»

«Nulla fummo, nulla siamo poiché siamo mortali. Tu che leggi, rifletti: dal nulla ripiombiamo rapidamente nel nulla.»

«Non c’è nulla oltre la morte.»

«L’essere morto non mi procura alcun male. Fu male la vita.»

Frasi come queste ne esistono a centinaia sulle iscrizioni romane, e danno l’idea di una visione disincantata, a volte disperata, altre tutto sommato serena, tale in ogni caso da escludere qualsiasi ipotesi di una sopravvivenza oltre la morte. Un’idea comunque molto più umana e terrena dell’affascinate e piccolo “paradiso privato” promesso dal vecchio Scipione al suo giovane nipote.

Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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