Il mondo barbarico e la percezione dei barbari secondo l’Historiae Adversos Paganos di Orosio

La cultura greco-romana tardoantica ereditò dai grandi modelli storiografici sia la ‘classica’ idealizzazione di superiorità (da Erodoto in poi) che una duale visione ‘di parte’ (come ad esempio Tacito) che confrontava e paragonava in maniera critica le differenze culturali e i suoi rispettivi modelli. Le considerazioni storiche dell’epoca finivano quindi da un lato con l’esaltare consapevolmente il proprio mondo ‘civile’ e il suo ordinamento, frutto di una lunga evoluzione avvenuta nel corso delle generazioni, dall’altro con il valutare positivamente dei valori ‘barbari’ ritenuti giusti e allo stesso tempo lontani e decaduti, come ad esempio la virtus guerriera e il vigore morale, che sul piano pratico si scontravano con una persistente corruzione dei costumi e della morale del mondo romano. La purezza dei costumi, o l’ingenuità da cui ne deriva, però non vanno considerate solo in senso positivo. Queste stesse ‘virtù’ possono costituire un serio pericolo a quell’ordinamento imperiale creato dai Romani, ed un esempio calzante è costituito appunto dell’eccessiva bellicosità dei barbari sia contro l’Impero che tra loro stessi, affrontabile alquanto realisticamente, nei limiti del possibile, con il dividi et impera.

Di seguito analizzeremo nel dettaglio la figura del barbaro nell’apologeta e storico cristiano Paolo Orosio, nella sua opera Historiae Adversos Paganos, con tutte le sue molteplici visioni e contraddizioni.

Fattori etnico-nazionalisti e militari: la distruzione dell’elemento barbarico. Gli elementi ‘storici’ di rottura tardoantichi furono il progressivo stanziamento di genti barbare all’interno dei confini imperiali e il cosiddetto ‘imbarbarimento’ dell’esercito. Si passò così, in un lungo arco di tempo, ad avere un’esperienza storiografica più diretta sul tema: rimanendo nell’Occidente, se un tempo il pericolo era stato arginato con successo o meno (dalle invasioni di Cimbri e Teutoni in Gallia ai conflitti sul limes renano e danubiano) ora era lo stesso Impero a vederne stabilite le sorti tramite le proprie truppe ausiliarie. La storiografia romana tardo-antica esulta – a prescindere – dell’annientamento dei barbari, non solo quando essi invadono i confini imperiali (ad esempio gli Alemanni) o ne sostengono – da comes – gli effimeri usurpatori (Eugenio), ma anche – inaspettatamente – quando combattono dalla parte dell’Impero da foederati (sotto Teodosio nella battaglia del Frigidum) o si combattono tra di loro (come gli Svevi e gli Alani in Hispania sotto Onorio).

Fattori religiosi e morali: l’integrazione possibile dell’elemento barbarico. Altro elemento importante, e non per questo meno essenziale, è anche l’affermazione del cristianesimo che con Teodosio ebbe una veste di ufficialità formale. In una visione ‘conciliatoria’ vi è una quaestio retorica: i barbari, per quanto in buona parte cristiani, sono esseri inferiori o sono ‘umani’?

Citando un’ulteriore fonte contemporanea, Salviano vescovo di Marsiglia:

I barbari sono ingiusti e anche noi lo siamo; i barbari sono avari, e lo siamo pure noi, i barbari sono avidi, e noi anche; i barbari sono immorali e noi lo stesso. I barbari quindi possiedono ogni sorta di perversione e di dissolutezza, e noi altrettanto […] ma anche se i barbari fanno le stesse cose che facciamo noi, tuttavia noi pecchiamo in modo maggiormente offensivo, perché quando la dignità è più elevata, maggiore è la colpa.

[De gubernatione Dei, in Patrologiae cursus completus. Series latina, ed. J.-P. Migne, Parigi 1844-1864, 53, 84]

Nel caso di Orosio, di pari passo, alcuni barbari vengono ‘idealizzati’ in senso positivo, ottenendone un’immagine complessivamente mitigata, in un confronto stringente col remoto passato romano: i tre giorni di saccheggio cui è sottoposta Roma dai Visigoti di Alarico nel 410 sono ritenuti meno dannosi di quello dei Galli Senoni di Brenno nel 390 a.C. o del grande incendio di Nerone nel 64 a.C. La considerazione ‘umana’ trova comunque immutata il concetto di eternità dell’Impero: il cristianesimo si pone a difesa dell’Impero, riuscendo ad integrare Romani e barbari nel nome della religione.

Galli exstincto populo Urbe deleta ipsum quoque Romae nomen in extremis cineribus persequentes et Gothi relicta intentione praedandi ad confugia salutis, hoc est sanctorum locorum, agmina ignara cogentes.

[Adversos Paganos. 2, 19, 13 (ed. Lippold, 1, 162)]

Come sarà possibile notare a livello storico prima ancora che storiografico, avviene una lunga e complessa mutazione della considerazione barbarica: se un tempo il dualismo romano-barbaro poggiava su una base prettamente “nazionalista”, l’affermazione del cristianesimo porta di conseguenza un nuovo concetto di dualismo, ossia quello “religioso”, che oppone cristiani a pagani. Entrambe le considerazioni poggiano però in difesa dell’Impero, inteso sia come istituzione che come centro unico e irrinunciabile di potere e ordinamento.

Legittimazione dell’idealismo cristiano o rassegnazione alla convivenza romano-barbarica? A prescindere dai fattori considerati finora, diamo uno sguardo a quello che è il quadro generale del pensiero storico orosiano. Lo storico tardoantico avverte, al di là dell’idealismo provvidenzialistico e del suo background culturale (con la visione agostiniana di riferimento), una forte rottura con il passato ed una constatata e irreversibile decadenza, che non è solo tipica del pensiero contemporaneo quanto già fortemente teorizzata da Tacito con l’espressione urgentibus imperii fatis. Orosio riconosce, anche tramite i protagonisti delle vicende storiche (come il goto Ataulfo), i reciproci limiti romano-barbarici, giungendo alla conclusione che l’Impero possa effettivamente rinascere solo con un’intesa tra Romani e barbari, anche in nome della comune fede (christianitas romana), nella quale i primi danno un apporto istituzionale, giuridico e legislativo e i secondi le proprie virtutes. Il suo pensiero conduce alla stessa conclusione di Agostino di Ippona: la storia è tutta divina, ogni evento parla direttamente a Dio e l’esaltazione del presente rispetto al passato è, in fondo, «una prima accettazione del reale come razionale divino».

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Fonti: C.C. Berardi, Il mondo barbarico nei giudizi di Tacito e Orosio in: Interpretare e comunicare: tradizioni di scuola nella letteratura latina tra 3. e 6. secolo, Bari 2007; L. Cracco Ruggini, I barbari in Italia nei secoli dell’impero, in: Magistra Barbaritas: i barbari in Italia, a cura di M.G. Arcamone et alii, Milano 1986, 3-51 (3); M. Simonetti, L’intellettuale cristiano di fronte alle invasioni barbariche in Occidente, in: Il comportamento dell’intellettuale nella società antica, Giornate filologiche genovesi (7.1979), Genova 1980, 93-117 (109).


Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' e specializzato in 'Archeologie Classiche' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica Indipendente 'ACT Production'. Fondatore e direttore artistico del Picentia Short Film Festival.

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