Le città-frontiera dell’Impero Romano d’Oriente [1]: Septem Fratres (Ceuta)

La posizione strategica di Septem (odierna Ceuta, enclave spagnola in Africa), sulla punta settentrionale del Marocco (sullo stretto di Gibilterra), l’ha resa un cruciale punto di passaggio di molte culture, commerci e imprese militari, a cominciare dagli antichi cartaginesi che vi fondarono l’emporio di Abyla nel V secolo a.C. Fu solo a partire dal 42 d.C., quando i Romani ne presero il controllo, che questa città portuale (all’epoca chiamata Septem Fratres a causa dei sette piccoli colli che sembrava sette fratelli, ‘Fratres Septem” in latino, del promontorio su cui sorge la città.), acquisì un ruolo prevalentemente militare.

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Dai tempi di Augusto la città iniziò a crescere con il nome di Septem. Alcuni coloni italici si trasferirono a Septem e introdussero il latino, ma la popolazione locale prevalentemente composta da berberi continuò per molto tempo ad usare la lingua fenicia mescolata con berberismi locali. Nel II secolo la romanizzazione era quasi completa, e l’uso della lingua fenicia scomparve. Sotto Settimio Severo l’economia conobbe un enorme sviluppo, alimentata dalla conserve di pesce e dall’industria della salatura. Septem aveva quasi 10.000 abitanti alla fine del IV secolo, sotto l’imperatore Teodosio I e fu quasi completamente cristiana e di lingua latina.

Intorno al 140 d.C. a Septem vi fu un ampliamento della sua industria di salatura, con nuove botteghe situate nei pressi del Foro. Il periodo d’oro si estende fino alla seconda metà del III secolo. Dopo questi anni ci sono state botteghe abbandonate fino al pieno recupero dell’Impero (IV-V secolo). La produzione di salatura veniva esportata in vasi fabbricati in località vicine alla città. Queste esportazioni sono state dirette principalmente verso l’Hispania, con il quale ha avuto intensi collegamenti.

 

Septem passò di mano dopo circa quattro secoli di dominazione romana, quando tribù di Vandali cacciarono i  Romani nel 426 d.C. Dopo essere stata controllata dai Visigoti, divenne poi un avamposto della Impero bizantino (chiamata Άβυλα). Tutto il territorio ad ovest di Cesarea era già stato perso dai Vandali ai Berberi “Mauri”, ma un ri-stabilito “Dux Mauretaniae” mantenne l’unità militare. Questo era l’ultimo avamposto bizantino in Mauretania Tingitana; il resto di quello che era stata la provincia romana fu unita con la parte bizantina dell’Andalusia, con il nome di “Prefettura d’Africa”. La maggior parte della costa nordafricana fu successivamente organizzata come “Esarcato di Cartagine”, uno status speciale in vista delle esigenze avamposto di difesa.

 

Intorno al 710 d.C., quando gli eserciti musulmani si avvicinarono alla città, il suo governatore bizantino, Giuliano, descritto anche come il re dei Ghomara berberi passò dalla loro parte, esortando i musulmani a invadere lapenisola iberica.Sotto la guida del generale berbero Tariq ibn Ziyad (lo stesso che diede in nome a Gibilterra), i musulmani usarono Septem come banco di prova per un assalto ai visigoti della penisola iberica. Dopo la morte di Giuliano, i berberi presero il controllo diretto della città, causando la rivolta degli indigeni berberi che distrussero la città durante la rivolta kharigita guidata da Maysara al-Matghari nel 740 d.C.

Antonio Palo

Laureato in ‘Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’. Fondatore e amministratore del sito ‘Storia Romana e Bizantina’. Co-fondatore e presidente dell’Associazione di Produzione Cinematografica ‘ACT Production’.

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