I nemici di Roma

“Si vis pacem para bellum” scriveva Vegezio nel IV secolo d.C.: chi aspira alla pace prepari la guerra. Perché una sola cosa sapeva fare l’impero: dare battaglia. Per conquistare il mondo e imporre la “pax romana”, aveva collezionati nemici di tutto rispetto. Di seguito li analizzeremo cercando di capire i loro pro e contro.


1/15) PORSENNA, fine VI secolo a.C.
Chi era: la leggenda vuole che Tarquinio il Superbo, dopo la sua cacciata, cercasse di rientrare a Roma con l’appoggio di Porsenna, re etrusco di Chiusi, ma nel 508 a.C. l’assedio di Roma fallì anche per opera delle azioni eroiche di Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia. Invece, come sostiene la moderna storiografia, il lucumone (re) Lars Porsenna riuscì a invadere Roma, occupandola poi per molti anni.
Perché odiava Roma: la città era solo una pedina al centro di un disegno più vasto, occupare la Campania.
Vittorie: presa di Roma.
Punti forti: impose a Roma un trattato che, consentendo la lavorazione del ferro solo per attrezzi agricoli, costringeva di fatto la città al disarmo.
Punti deboli: la paura provata davanti alla prova di coraggio di Muzio Scevola (si bruciò la mano che aveva fallito l’obiettivo di ucciderlo). Ma questa è solo leggenda. Forse la sua fu debolezza paterna e si ritirò da Roma dopo che il figlio Arunte era morto in battaglia contro una coalizione di Latini.
Si disse di lui: “Mai prima il Senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di Chiusi e la fama di Porsenna” (Tito Livio, Ab urbe condita)
Se fosse rimasto a Roma: la civiltà romana sarebbe stata una civiltà etrusca e noi ora parleremmo un’altra lingua.


2/15) BRENNO, V-IV secolo a.C.
Chi era: il gallo che conquistò Roma. Il nome (“corvo” in celtico) divenne sinonimo di “capo”. Nato dai Galli Senoni, invase l’Italia occupando le attuali Romagna e Marche e l’etrusca Chiusi. Nel 390 a.C. penetrò nell’Urbe, assediando il Campidoglio fino al pagamento di un riscatto. Secondo la tradizione, alle proteste romane Brenno buttò la sua spada sulla bilancia che doveva pesare l’oro minacciando “Vae victis!” (guai ai vinti).
Perché odiava Roma: i Celti avevano bisogno di terre e ricchezze che si procuravano attraverso periodiche migrazioni.
Vittorie: battaglia del fiume Allia (il 18 luglio del 390 a.C., che nel calendario romano divenne giorno nefasto).
Sconfitte: battaglie di Fiesole e Bergamo.
Punti forti: secondo Tito Livio, i Galli “nella lotta si avvantaggiano più del terrore che non della forza”.
Punti deboli: si suicidò sul fiume Brembo per aver perso un duello con il console romano Torquato.
Si disse di lui: “Si accordarono per un riscatto di mille libbre d’oro: a tanto si comprava il popolo che tra breve avrebbe avuto il dominio del mondo” (Tito Livio, Ab urbe condida).
Se fosse rimasto a Roma: l’ipotesi è improbabile, perché la tecnica di guerra dei Galli era basata sulla scorreria, non sulla conquista.


3/15) PIRRO II, ca. 319-272 a.C.
Chi era: sovrano dell’Epiro, fu cacciato dal suo regno e riparò in Italia per appoggiare Taranto nella guerra contro Roma (e le città della Magna Grecia contro Cartagine). Vinse a Eraclea (Basilicata) e ad Ascoli Satriano (Puglia) pagando però un pesante tributo di sangue (da qui la “vittoria di Pirro”).
Perché odiava Roma: in realtà, il re epirota aveva nei suoi progetti la conquista dell’Italia, della “Sikelia (la Sicilia), isola ricca e popolosa“, dell’Africa e di Cartagine. Ma sulla sua strada incontrò i Romani.
Vittorie: battaglia di Eraclea e di Ascoli d’Apulia.
Sconfitte: battaglia di Maleventum, che i Romani ribattezzarono in Benevento.
Punti forti: era uno studioso di strategia militare; all’esercito e asi suoi elefanti sapeva poi unire la diplomazia.
Punti deboli: la grande ambizione. Come Alessandro Magno, si prefiggeva la conquista del Mediterraneo, ma sottostimò l’organizzazione di Roma e si fece un altro nemico, Cartagine.
Si disse di lui: “(i Tarantini presero) Pirro come condottiero […] dal momento che era quello fra i re che pià ne aveva il tempo ed era il più abile generale” (Plutarco, Vite di uomini illustri).
Se avesse vinto: probabilmente la Grecia avrebbe esteso nuovamente la sua influenza sull’Italia Meridionale.


4/15) ANNIBALE,  247-183 a.C.
Chi era: generale cartaginese, figlio di Amilcare Barca (da baraq, “folgore”). Passando dalla Spagna e dalla Francia, varcò le Alpi ed entrò in Italia con l’esercito punico e 37 elefanti.
Perché odiava Roma: il suo era il disegno paterno, comandante dell’esercito di Cartagine, che a 9 anni gli fece giurare odio eterno per i Romani.
Vittorie: assedio di Sagunto, battaglie del Ticino, della Trebbia, del Trasimeno, di Canne (un’ecatombe da 60mila morti).
Sconfitte: battaglia di Zama.
Punti forti: la manovra avvolgente con la quale accerchiava il nemico, l’astuzia usta per attirarlo in trabocchetti. Fu uno dei più geniali strateghi dell’antichità per audacia e soluzioni tattiche.
Punti deboli: fece un errore non puntando su Roma dopo la vittoria sul Trasimeno. Scrive Tito Livio: “Gli dèi non danno tutti i doni a uno stesso uomo. Tu sai vincere, Annibale, ma non sai approfittare della vittoria”. E’ vero però che le città italiche non lo seguirono e lui non volle rischiare il suo esiguo esercito.
Si disse di lui: si uccise dicendo “Liberiamo il popolo romano dalla sua angustia, se esso trova che duri troppo l’attesa della morte di un vecchio” (Tito Livio, Ab urbe condita).
Se avesse vinto: Cartagine sarebbe ancora una fiorente città africana.


5/15) VIRIATO, 180 ca. – 139 a.C.
Chi era: il capo dei Lusitani, un pastore che inflisse sonore batoste ai Romani capeggiando una federazione di tribù iberiche (viene considerato il primo eroe spagnolo e portoghese).
Perché odiava Roma: difendeva l’indipendenza della sua terra, passata dal dominio rapace dei Cartaginesi a quello duro dei Romani.
Vittorie: formidabili azioni di guerriglia.
Sconfitte: Quindi Fabio Massimo Emiliano lo costrinse a ritirarsi dalle principali città lusitane, Cepione gli decimò gli uomini.
Punti forti: tattica, strategia, comando. In sette anni di lotte non ebbe un solo caso di indisciplina. Era l’eroe incorruttibile. Appiano nella Storia romana lo definì prima latronum dux, capo dei banditi, ma poi ammise che questo povero pastore “era riuscito a sollevare tante popolazioni in guerra da essere considerato il difensore della Spagna contro i Romani”.
Punti deboli: non seppe prevedere il tradimento dei suoi, che sobillati dai Romani lo assassinarono nel sonno (ma non ci guadagnarono perché, disse il console, “Roma non paga i traditori”).
Si disse di lui: “Amò così tanto la sua patria che, per difenderne la libertà, combattè contro i Romani fino alla morte” (Sesto Giulio Frontino, Stratagemata).
Se avesse vinto: la Spagna non sarebbe stata un Paese latino.


6/15) GIUGURTA, 160 ca. – 104 a.C.
Chi era: figlio adottivo del re di Numidia, sterminò gli eredi designati per conquistare il trono, provocando la reazione di Roma che gli mosse guerra. Vinse durante tutta la prima fase delle guerre giugurtine, ma si arrese a Gaio Mario.
Perché odiava Roma: non doveva stimare troppe le istituzioni repubblicane, visto che Sallustio gli attribuisce la frase “Romae omnia venalia sunt” (a Roma tutto è in vendita).
Vittorie: assedio e saccheggio di Cirta, battaglie in Africa contro Aulo Postumio.
Sconfitte: battaglia del Mutale contro Cecilio Metello.
Punti forti: la mancanza di scrupoli nel tener fede ai patti, il gioco diplomatico mentre ordiva assassini e rappresaglie. La guerriglia in Africa gli valse il soprannome di “leone del deserto”.
Punti deboli: avido di comando, esagerò con gli eccidi (ammazzò anche il cugino) e con la corruzione (l’oro di Giugurta pagò i generali).
Si disse di lui: “Crebbe, pieno di forze, bello d’aspetto ma soprattutto di grande intelligenza, non si lasciò corrompere dal lusso o dall’ozio […] feriva per primo ed era fra i primi a ferire il leone e le altre belve, faceva moltissime cose, ma parlava pochissimo di sé” (Sallustio, Bellum Jugurthinum).
Se avesse vinto: non avremmo avuto il poemetto in latino di Giovanni Pascoli, ispirato alla sua morte.


7/15) MITRIDATE VI, 132 ca. – 63 a.C.
Chi era: il re di Ponto fu uno dei nemici più grandi. Contro di lui si schierarono nelle tre guerre mitridatiche generali del calibro di Silla, Lucullo e Pompeo.
Perché odiava Roma: voleva diventare il padrone del Mar Nero  e dell’Anatolia e si eresse a campione dell’ellenismo contro i valori di Roma sterminando tutto quel che ricordava il nemico (nei “vespri asiatici” massacrò 80mila mercanti romani rastrellati in Asia Minore).
Vittorie: nella Seconda guerra mitridatica (83-82 a.C.) Lucullo ottenne successi, ma perse il comando.
Sconfitte: nella Prima guerra mitridatica (88-84 a.C.) Silla lo cacciò dalla Grecia; lo batté Pompeo nella terza (75-65 a.C.).
Punti forti: non aveva debolezze. Detronizzò la madre, imprigionandola, sposò la sorella e fece uccidere il fratello. Come racconta Appiano, assumeva un po’ di veleno al giorno per “fortificare se stesso contro il veleno di altri” (da qui il termine “mitridatismo”).
Punti deboli: fu tradito dai figli Mancare e Farnace e trafitto dai suoi uomini.
Si disse di lui: “Regnò su ventidue nazioni, amministrava le loro leggi in altrettante lingue […] senza bisogno di interprete” (Plinio il Vecchio, Naturalis historia).
Se avesse vinto: Roma avrebbe perso i suoi domini in Asia Minore, non ci sarebbe stato l’impero bizantino.


8/15) SPARTACO, 109 ca. – 71 a.C.
Chi era: schiavo, sfidò Roma a capo di una rivolta nella Terza guerra servile. Nato da pastori traci, si era arruolato nell’esercito romano per poi disertare. Ridotto in schiavitù, fu venduto a una scuola di gladiatori e combatté contro umani e belve fino alla fuga sul Vesuvio, a capo di 70 ribelli.
Perché odiava Roma: cercava vendetta contro chi lo aveva reso schiavo devastando il suo Paese.
Vittorie: battaglia del Vesuvio contro Glabro e del Saline contro Varinio; scontro con le legioni dei consoli Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo; vittoria su Mummio, spalla di Crasso.
Sconfitte: battaglia del Sele contro Crasso, che annientò 60mila ribelli e crocifisse gli altri lungo la vita Appia. I rimanenti li finì Pompeo.
Punti forti: arrivò a radunare nella campagne del sud oltre 100mila schiavi.
Punti deboli: durante l’occupazione di Calabria e Lucania si lasciò sfuggire di mano il controllo dei ribelli, che saccheggiarono e stuprarono.
Si disse di lui: “Bisognò adoperare tutte le forze dell’imperio per domar quello schermidore. […] Si può dire che morisse come un vero general d’esercito” (Lucio Giulio Florio).
Se avesse vinto: non sovvertì lo schiavismo romano ma forse, dopo i plebei, al consolato avrebbe potuto arrivarci anche un ex schiavo.


9/15) VERCINGETORIGE, 80 ca. – 46 a.C.
Chi era: capo dei Galli Arverni, guidò la ribellione contro Giulio Cesare, che lo batté e lo tenne prigioniero a Roma per 6 anni (per esibirlo nel trionfo del 46 a.C.) facendolo poi strangolare.
Perché odiava Roma: suo padre fu ucciso dai nobili galli, i Romani per lui furono una ragione per mobilitare il popolo e riprendere il suo rango, per di più facendosi proclamare re.
Vittorie: assedio di Gergovia.
Sconfitte: battaglia di Alesia.
Punti forti: fu il primo a federare la maggior parte dei Galli, che all’epoca erano divisi, creando un fronte comune contro Roma. Per un po’ bloccò Cesare adottando la tattica della “terra bruciata” e costringendolo a lunghi assedi.
Punti deboli: aspettava i rinforzi, ma l’assedio di Alesia ridusse i suoi alla fame e Cesare era un osso assai duro da rodere.
Si disse di lui: “A Vercingetorige, all’unanimità, viene affidato il comando supremo. Ricevuto questo potere comanda a tutte le tribù di inviargli ostaggi […] e soldati, stabilisce la quantità di armi che ciascun popolo deve produrre […]. A questo suo zelo affianca una grande severità nell’esercitare il potere” (Giulio Cesare, De bello gallico).
Se avesse vinto: avrebbe reso assai più difficoltosa la nascita dell’impero.


10/15) ARMINIO, 18 ca. – 19 d.C.
Chi era: il capo della tribù dei Germani Cherusci, che a neanche 30 anni annientò tre legioni romane nella selva di Teutoburgo.
Perché odiava Roma: all’avversione innata univa un risentimento verso suo zio Segeste – alleato del governatore Varo – che gli aveva negato la mano della figlia.
Vittorie: battaglia della foresta di Teutoburgo, dove sterminò “sino all’ultimo uomo”, scrisse Velleio, l’esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo. Alla notizia, Augusto “scoppiò in un pianto dirotto” scrisse Dione, e Svetonio aggiunse che per mesi “sbatteva la testa contro uno stipite” gridando “Varo, rendimi le mie legioni!”.
Sconfitte: fu battuto dall’allora console Germanico – che recuperò due delle tre aquile di Teutoburgo – nella piana di Idistaviso e presso il Vallo angrivariano.
Punti forti: aveva servito nell’esercito romano e aveva ricevuto la cittadinanza.
Punti deboli: fallì nel creare un’alleanza dei popoli germanici e fu ucciso dai suoi.
Si disse di lui: per il carattere impetuoso Tacito lo definì “uno spirito pazzo, l’incendiario della Germania”.
Se avesse vinto: conquistando la Germania, Roma mise un cuscinetto fra sé e i turbolenti barbari del nord. Perdendola non ci sarebbe mai stata la massima espansione dell’impero nel periodo adrianeo.


11/15) BUDICCA, 33-61 ca. d.C.
Chi era: la regina della tribù britannica degli Iceni (nota anche come Boudiga o Boadicea). Capeggiò la rivolta contro i Romani, che dopo la morte del marito Prasutago avevano invaso le sue terre e violentato le figlie.
Perché odiava Roma: racconta Tacito che voleva “vendicare la perdita della libertà, riscattare il proprio corpo fustigato e il pudore violato delle figlie”.
Vittorie: i saccheggi delle colonie romane di Camulodunum (Colchester), Londinium (Londa) e Verulamium (St. Albans), provocando 70-80mila morti.
Sconfitte: la battaglia della strada Watling contro Svetonio Paolino, dove perse 80mila uomini (secondo Tacito) e si suicidò.
Punti forti: la sete di vendetta. Incitava i suoi uomini ricordando loro che non era la prima donna a guidarli in battaglia e faceva leva sul risentimento contro la durezza dei dominatori romani.
Punti deboli: la superiorità tattica di Roma.
Si disse di lei: “Era una donna molto alta e dall’aspetto molto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve e […] mentre parlava, teneva stretta una lancia che suscitava terrore” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana).
Se avesse vinto: i Romani avrebbero perso prima del tempo la Britannia. Lei divenne comunque il simbolo dell’indipendenza dell’isola.


12/15) SAPORE I, 215 ca. – 272 d.C.
Chi era: re dei Sassanidi, il persiano Sapore (o Shapur) collezionò vittorie scontrandosi con tre imperatori: il giovane Giordanio III nel 244, Filippo l’Arabo nel 248 e infine Valeriano, che catturò. Non era mai accaduto che un imperatore fosse fatto prigioniero con l’esercito!
Perché odiava Roma: i Persiani non amavano l’ovest…
Vittorie: invasione della Mesopotamia (provincia romana), Battaglia di Mesiche (Falluja) dove sosteneva di aver ucciso Giordiano III; presa di Antiochia; cattura di Valeriano ad Edessa (260).
Sconfitte: battaglia di Resena; vittoria partica di Valeriano, prima della cattura.
Punti forti: la cavalleria pesante persiana, i famigerati catafratti che con le loro cariche sbaragliavano la fanteria romana, mentre gli arcieri finivano gli uomini in rotta con nugoli di frecce.
Punti deboli: formidabili in campo aperto, i Persiani lo erano meno di fronte alla rete di città fortificate che i Romani avevano a guardia dei confini orientali. Sapore non riuscì a invadere in profondità il territorio romano.
Si disse di lui: Lattanzio scrisse, nella Morte dei persecutori, che Sapore usò Valeriano come sgabello per salire a cavallo, lo fece poi scuoiare, impagliando la sua pelle tinta di rosso, e lo appese in un tempio.
Se avesse vinto: la civiltà orientale avrebbe prevalso su quella occidentale.


13/15) ALARICO, 370 ca. – 410 d.C.
Chi era: il primo re dei Visigoti, famoso per il sacco di Roma. Combatté sotto il generale romano Stilicone, poi ruppe l’accordo e invase l’Impero romano d’Oriente guidato dal debole Arcadio.
Perché odiava Roma: si era battuto al fianco dei Romani nella battaglia del fiume Frigido (Isonzo) senza poi ottenere la promessa carica di magister militum. In più, dopo la morte di Teodosio e la divisione dell’impero, i suoi Visigoti erano stati spediti in Mesia, sul Mar Nero, senza ricompensa.
Vittorie: invase l’Italia e assediò Roma una prima volta nel 408, ottenendo un riscatto; la seconda volta la saccheggiò per tre giorni (agosto del 410 d.C.).
Sconfitte: battaglie di Pollenzo (402) e Verona (403), contro il generale Stilicone.
Punti forti: la debolezza dell’imperatore d’occidente Onorio e del suo collega d’oriente Arcadio, due bambini – o quasi – sul trono.
Punti deboli: il vero avversario di Alarico su Stilicone, uno degli ultimi grandi generali romani.
Si disse del sacco: “lo scempio orrendo” fu meno grave del previsto. Nel fatto che Alarico avesse risparmiato case e basiliche gli storici cristiani (e persino sant’Agostino) videro una prova che la mano di Dio aveva protetto l’Urbe.
Se fosse rimasto a Roma: avrebbe accelerato la dissoluzione della sua civiltà.


14/15) ATTILA, 407 ca. – 453 d.C.
Chi era: il “flagello di Dio” che mise in scacco i Romani, fu l’ultimo re degli Unni e governò un vasto impero.
Perché odiava Roma: in realtà voleva solo riempire un varco lasciato libero.
Vittorie: assedio di Costantinopoli, presa di Aquileia, conquista di Milano.
Sconfitte: battaglia dei Campi Catalaunici (vicino l’odierna Chalôn-en-Champane, in Francia) dove Ezio, l’ultimo dei grandi generali romani (anche se romano non era), lo costrinse al ritiro.
Punti forti: riuscì a dare al suo popolo una forma di organizzazione statale, seppe parlamentare con i grandi della sua epoca, arrivò quasi a sposare la sorella di un imperatore, ma soprattutto ebbe un esercito imponente (tra 300 e 700mila uomini).
Punti deboli: l’incontro con papa Leone I sul Mincio (452) che scongiurò la marcia su Roma. Ma forse fu sopravvalutato dalle fonti.
Si disse degli Unni: che sfoggiavano terribili cicatrici sul volto. E ancora che “mangiavano radici di erbe e carne semicruda, emanavano un fetore insopportabile […] vivono costantemente in groppa al cavallo” (Ammiano Marcellino).
Se avesse vinto: qualcuno ha detto che cambiando l’esito della battaglia dei Campi Catalaunici oggi gli europei discenderebbero in linea diretta dalle orde dei barbari.


15/15) GENSERICO, 390 ca. 477 d.C.
Chi era: re dei Vandali e degli Alani, dalla Betica (Spagna del sud) dove risiedeva il suo popolo passò in Africa invadendo Mauritania, Numidia e Africa Proconsolare. Espugnò Cartagine, si impadronì di parte della flotta romana e la usò per invadere la Sicilia, Sardegna e Corsica, costringendo l’imperatore Valentiniano a dargli la sovranità sui domini africani.
Perché odiava Roma: da federati, i Vandali rivendicavano terre e potere. Generico mirava a tutto.
Vittorie: conquista di Cesarea e assedio di Ippona (430), la città di sant’Agostino. Con il sacco di Roma del 455 umiliò l’impero.
Sconfitte: insignificanti.
Punti forti: in pochi anni trasformò un popolo barbarico in una delle maggiori potenze mediterranee.
Punti deboli: l’episodio di papa Leone Magno, che lo induce a risparmiare la popolazione di Roma, fu edulcorato dalla storiografia cristiana, ma in effetti non vi furono da parte dei Vangali (a discapito del nome) né eccidi né devastazioni.
Si disse di lui: “Fece vela per Cartagine, senza trascurare né il bronzo né qualunque altra cosa di valore […]. Spogliò anche il tempio di Giove Capitolino e si portò via metà del tetto, che era fatto di bronzo” (Procopio, Le guerre).
Se avesse vinto: conquistato il sud, stava puntando al resto dell’impero.


Fonte consultata: Focus Storia Rivista (articolo a cura di Lidia di Simone)

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell'Università degli Studi di Napoli - Orientale. Sono CEO e founder dei blog "STORIA ROMANA E BIZANTINA" assieme al mio collega dott. Antonio Palo e CEO e founder unico di "LUPIN THE 3RD - LA PATRIA ITALIANA". Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

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