Cicerone nella storia: fortuna e ricezione

In occasione dell’anniversario della sua nascita, il 3 gennaio 106 a.C., dedichiamo un articolo alla figura di Marco Tullio Cicerone e alla sua autorevolezza presso i contemporanei e i posteri fino ai tempi moderni.

cicero

Nel corso dei secoli Cicerone ha goduto di un’indiscussa autorevolezza, fino ad essere considerato il principale modello della prosa latina e il più significativo esponente delle idee della romanità. L’immagine duratura e fortunata è stata quella che egli diede di sé come di un “nuovo Demostene” del periodo classico latino, difensore della libertà contro la tirannia e creatore di uno stile canonico riconosciuto come classico. Non sono mancate tuttavia valutazioni negative, sia riguardanti il suo stile, sia come figura politica. Durante la sua epoca fu ammirato molto da Cornelio Nepote, che lo indicò come modello da seguire nella storiografia, ma fu avversato dagli atticisti, che consideravano il suo stile frondoso ed eccessivamente magniloquente, opinione condivisa da Sallustio che contrappose il suo stesso stile, arcaicizzante e asimmetrico, proprio a quello ciceroniano.

L’epoca che segue la morte di Cesare non gli fu favorevole: fra i suoi principali detrattori si annoversa Asinio Pollione, atticista nonché partigiano di Marco Antonio, e anche durante il principato di Ottaviano Augusto, che pure per molti aspetti mise in pratica le teorie politiche ciceroniane, la sua memoria fu piuttosto oscurata. Nel corso del I secolo d.C. la sua fama si affermò stabilmente, grazie soprattutto al gusto “classicista” di Quintiliano che, riprendendo il parallelo fra Demostene e Cicerone, decretò la superiorità della prosa ciceroniana su quella asiana di Seneca. Il giudizio di Quintiliano fu quindi il riconoscimento definitivo non soltanto del suo primato in ambito latino, ma anche sui modelli greci: tuttavia Quintiliano sostiene che egli debba molto anche a Isocrate e a Platone, avendone Cicerone imitato il meglio di ciascuno di essi e avendo un personale talento ineguagliabile nell’eloquenza.

Gli scrittori cristiani mostrarono interesse soprattutto per le opere filosofiche: su di esse, più che sugli originali greci, si basarono per combattere le dottrine che si presentavano inconciliabili con quelle del cristianesimo o al contrario per accogliere quanto sembrava integrabile in esso. Inoltre molti di loro basarono il proprio stile su quello dell’oratoria ciceroniana: da Lattanzio, che fu considerato il “Cicerone cristiano”, a Girolamo, che disse di un proprio sogno in cui Dio lo aveva accusato di essere ciceroniano anziché cristiano, ad Agostino, che ne assimilò lo stile e ne condivise l’apprezzamento per la dottrina etica, quasi tutti i ‘Padri della Chiesa’ si accostarono al pensiero classico attraverso Cicerone che quindi, forse in virtù del suo atteggiamento moderato e incline alla mediazione, costituisce un importante tramite fra la cultura classica e la nascente cultura cristiana.

Nel Medioevo fu apprezzato, ma sempre in conformità a quanto fatto dai Padri della Chiesa. Dante cita spesso passi delle sue opere filosofiche, ma non mostra nei suoi confronti una particolare predilezione. Con Petrarca, invece, e poi con l’Umanesimo, si riallaccia l’interesse per la figura storica e morale di Cicerone, che riacquista anche il ruolo di maestro indiscusso di stile. Egli fu poi anche il protagonista di polemiche e dibattiti intellettuali tra quanti preferivano un totale adeguamento ad un unico modello di prosa (ciceroniano) e tra chi, come Poliziano e Pontano, sostenevano che gli scrittori potessero formarsi seguendo più stili allo stesso tempo. Erasmo da Rotterdam nel dialogo Ciceronianus ironizza sui pedissequi imitatori della prosa ciceroniana, mentre Pietro Bembo si ispirò ad essa per il canone grammaticale e stilistico della lingua latina.

Messo in ombra nell’età della Riforma Cattolica, Cicerone tornò in auge alla fine del Settecento, nel clima illuminista di riscoperta dei valori antichi romano-repubblicani, grazie al fervore libertario e anti-tirannico. Nel corso del XIX secolo l’interesse del Romanticismo per la cultura greca determinò una svalutazione di quella latina, e quindi anche dell’opera di Cicerone che, in particolare, trovò un suo detrattore nello storico tedesco Theodor Mommsen: questi, in linea con il coevo nazionalismo e imperialismo germanico, lo accusò con toni aspri di aver sostenuto gli interessi delle vecchie classi dirigenti, facendo propria una concezione dello Stato ristretta e non adeguata al progresso della storia. Mommsen accusò Cicerone anche di aver spesso cambiato opinione e schieramenti in base al proprio tornaconto, e tale accusa pesò non poco sulla valutazione data dai contemporanei dello storico tedesco, che oggi si è attenuata, propendente per un giudizio più approfondito ed equilibrato, sia nella sua opera che nella sua funzione politica. La critica contemporanea tende attualmente a mettere in luce l’importante contributo dato da Cicerone alla diffusione della cultura greca nel mondo latino, la sua attività di mediatore fra opposte scuole di pensiero, la messa a punto del concetto latino di humanitas e, sul piano politico, il moderatismo da lui adottato come strumento per fronteggiare la crisi della Res Publica.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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