La divinizzazione del sovrano da Alessandro Magno ai regni ellenistici

«Alessandro per parte di padre discendeva da Eracle e per parte di madre da Eaco, attraverso Pirro, figlio di Achille»

Così Plutarco, nella Vita di Alessandro, illustra le origini divine del grande sovrano macedone, come già prima di lui aveva fatto Erodoto. Simili operazioni di fondazione della genealogia delle dinastie regnanti, a partire da divinità o da eroi, diventarono comuni in seguito, quando i sovrani ellenistici fecero dell’origine divina il principio fondamentale di giustificazione dell’esercizio del potere. La divinizzazione della figura del basileus era affidata all’opera degli storici, ma anche alla parola dei poeti e alle immagini create dagli artisti. L’arte, anzi, fu probabilmente il più efficace tra gli strumenti di propaganda di cui Alessandro si servì per accreditare questa sua immagine tra i popoli sottomessi e per riuscire a tramandarla alla memoria delle epoche successive. Anche sotto questo aspetto Alessandro costituì il modello di riferimento: fu il primo a voler dare di sé l’immagine di re figlio di Zeus, di condottiero invincibile, di politico lungimirante, di promotore del progetto di creare un impero universale.

Molti episodi della vita di Alessandro testimoniano l’attuazione meditata di questa strategia. Il più famoso è sicuramente la sua visita all’oasi di Siwa, in Egitto, presso l’oracolo del dio Amon (identificato dai Greci con Zeus), dove si recò nel 331 a.C. per consultare il dio e farsi dichiarare suo figlio, secondo la tradizione dei faraoni. In questo modo Alessandro esibì ai suoi sudditi la propria discendenza divina e, con essa, la più motivata delle giustificazioni al progetto di conquista del mondo allora conosciuto: rispettare la volontà degli dei e del fato. L’importanza che il macedone assegnava al suo riconoscimento come figlio di Amon è confermata dalla decorazione del tempio di Luxor, in cui l’immagine di Alessandro compare nei rilievi vicina a quella del faraone Amenhotep III (1391-1353 a.C.), che si era fatto rappresentare anch’egli come figlio di Amon. Veniva così suggerita la continuità tra il passato glorioso dei regni dei faraoni e la nuova egemonia macedone, che aspirava a una fama altrettanto eterna.

Oltre a utilizzare a fini politici le credenza religiose, Alessandro seppe volgere a proprio vantaggio le superstizioni popolari. Un esempio celebre è legato all’eclissi di Luna che si verificò alla vigilia di un’importante battaglia contro i Persiani. Racconta Curzio Rufo – nella Storia di Alessandro Magno, del I secolo d.C. – che l’eclissi seminò il terrore fra i soldati, perché venne considerata come segno infausto circa l’esito della battaglia. Alessandro, anticipando una possibile sedizione, convocò allora i suoi ufficiali e in loro presenza ordinò ai sacerdoti egiziani di esprimere un parere in proposito. I sacerdoti conoscevano i cicli della Luna e i suoi movimenti in rapporto al Sole, ma interpretarono in chiave allegorica il fenomeno, affermando che il Sole rappresentava i Greci e la Luna i Persiani, e quindi, eclissandosi, essa presagiva l’imminente disfatta di questi ultimi. La tattica ideata da Alessandro esorcizzò la paura e rinvigorì l’entusiasmo dell’esercito. Egli, del resto, riuscì anche ad alimentare l’aura mitica che gli procuravano le sue imprese e la stessa natura del suo progetto, inedito e grandioso: realizzare una monarchia universale, integrare le etnie dell’Impero e in particolare fondere la cultura ellenica con quella orientale, ovvero i Greci con i “barbari”, per creare una comune patria cosmopolita. Fu un progetto che si diffuse tra i popoli sottomessi, che conquistò l’immaginario collettivo e concentrò sul condottiero aspettative di riscatto e di rivincita: un progetto, appunto, di portata tale da apparire concepibile soltanto da una natura sovrumana.

Il processo avviato da Alessandro a Siwa si radicalizzò velocemente, in parallelo alle sue conquiste, fino a imporre l’identificazione delle imprese di Alessandro con quelle di divinità come Eracle, i Dioscuri e soprattutto Dioniso, che il mito voleva fosse arrivato fino in India. Sappiamo che Alessandro giunse a pretendere onori divini anche dagli Ateniesi, ma l’operazione più radicale fu l’obbligo della proskynesis, il rituale della genuflessione tipico dei sovrani orientale, che il re di Macedonia pretese come forma di omaggio da chiunque gli si presentasse innanzi.

La vita di Alessandro costituì dunque per i sovrani eredi del suo impero un modello da imitare e, col tempo, l’origine e la natura divina del potere che detenevano permearono sempre di più la concezione di regalità, fino a diventare un dato inconfutabile. Tale concezione si diffuse in tutti i regni ellenistici, con alcune differenze. Nelle regioni più orientali fu accolta facilmente dalla popolazione, abituata all’analoga e antica tradizione risalente all’impero persiano. Nel mondo ellenico ed ellenizzato, invece, incontrò all’inizio una forte opposizione – la proskynesis era considerata uno scandalo al tempo delle guerre persiane – che si indebolì e venne poi annullata con la decadenza della polis.

I sovrani svolsero sempre di più la funzione rassicurante di divinità viventi, e quindi concepite come figure di riferimento in un’età di transizione, in cui le religioni tradizionali entrarono in una crisi profonda. Essi si presentavano ai loro sudditi come gli unici benefattori in grado di elargire felicità e benessere, e la loro fama si diffuse anche attraverso i vari epiteti che si attribuirono, quali Soter “Salvatore”, Evergete “Benefattore”, Epifane “il dio che appare agli uomini”. Ma per alimentare la natura dei benefattori, i sovrani dovevano imporsi all’immaginario collettivo anche come detentori di una ricchezza inesauribile: da qui la necessità di manifestare costantemente lo sfarzo del proprio stile di vita e fare della propria corte uno spettacolo continuo. Il sovrano ellenistico viveva in palazzi sontuosi, indossava gioielli e abiti preziosi, tra i quali il diadema, organizzava feste e cerimonie pubbliche, favoriva l’instaurarsi di un cerimoniale che lo allontanava sempre di più dai comuni mortali.

La dinastia ellenistica dei Tolomei, che regnò sull’Egitto dal 304 a.C., costituì un paradigma tipico del modo in cui una struttura di potere seppe adattarsi alle tradizioni locali. Per dare fondamento alla propria regalità, i Tolomei fecero di tutto perché le spoglie di Alessandro venissero traslate ad Alessandria d’Egitto, l’ultima e definitiva sede della tomba del macedone. Ma i successori del capostipite, tra cui Tolomeo I Soter, seppero anche radicarsi nelle antichissime tradizioni del paese favorendo la propria assimilazione con i faraoni.

Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica 'ACT Production'.

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