Micene: culla dei primi Greci

Quando la società micenea cominciava a sorgere, intorno ai primi anni del XVI secolo a.C., la civiltà minoica si era già da tempo costituita come il territorio di riferimento delle rotte commerciali che attraversavano il Mediterraneo, e questo l’aveva portata a un livello di progresso e raffinatezza che sopravanzava di gran lunga la fiorente società che stava prendendo forma nel continente. E’ assodato che il grado di sviluppo raggiunto dai Micenei fu dovuto in parte all’assimilazione dei modelli organizzativi minoici ed è altresì evidente l’influenza che i Cretesi esercitarono in tutti i settori, in special modo in campo culturale, sui Greci continentali. Ciò nonostante, Micene non fu solo una provincia di ispirazione cretese, ma una società con un suo carattere specifico, la prima che si possa considerare propriamente greca, che intorno al 1400 a.C. aveva raggiunto il culmine della sua influenza nel Mar Egeo.

Non a caso pare che la sua rete di contatti si estendesse all’Egitto, all’Anatolia, alla Siria e alla Palestina, anche se non è del tutto da escludere la possibilità che fosse arrivata a intavolare un contatto fluido anche con i territori dell’Europa centro-settentrionale, principalmente con la Cornovaglia e probabilmente anche con la Boemia, con l’obiettivo di assicurarsi i rifornimenti di stagno, un prodotto che risultava essenziale per la fabbricazione del bronzo. Fra il 1500 e il 1150 a.C. la Grecia visse un periodo di grande splendore che, in termini archeologici, ha lasciato il suo riflesso nelle ciclopiche fortezze di Pilo, Tirinto, Orcomeno e sopratutto Micene, i cui signori abitarono in magnifici palazzi affollati di maestose colonne, rivestimenti d’oro, bronzo e avorio finemente lavorati dalle mani di abili artigiani.

Si trattava di una società elegante che nell’ultima fase dell’Età del Bronzo aveva lasciato un’impronta profonda nel Mediterraneo, sebbene essa si fosse dissolta con il passare dei secoli. Forse ne è rimasta qualche traccia soltanto nei versi di un monumentale poema epico – quello che si considera il primo della tradizione letteraria occidentale – che Omero aveva composto con il titolo di Iliade per celebrare le gesta di quei Greci ed eroi del passato che, secondo il mito, avevano ridotto in polvere la leggendaria città di Troia.

Fatta questa premessa, la domanda che si sono posti gli storici è se ci sia mai stata realmente una guerra di Troia al di là della fantasia omerica. Il fatto è che i Greci non hanno mai messo in dubbio l’autenticità della guerra; in epoca classica, lo storico Tucidide la diede per certa e mise in discussione soltanto l’importanza e le dimensioni di questo scontro; da parte sua, Erodoto la datò intorno al 1250 a.C., mentre una famosa cronologia che fu incisa nel marmo, il Marmor Parium, fissava la fine del conflitto nell’anno 1209 a.C. Con il passare del tempo, comunque, la presunta storicità della guerra a poco a poco fu messa in dubbio fino a rimanere sepolta nelle nebbie della leggenda. Ciò nonostante, fu il tedesco Heinrich Schliemann, uomo d’affari appassionato di archeologia, a utilizzare l’Iliade come una sorta di mappa e a dirigersi, alla fine del XIX secolo, verso Micene, la città su cui secondo il poema aveva regnato Agamennone, il supremo condottiero della spedizione greca contro Troia.

Così facendo, convinto che alla base dei versi di Omero ci fosse una realtà storica, Schliemann diede inizio agli scavi di Micene – li aveva già fatti a Troia qualche anno prima portando alla luce la vecchia città del mito – e scoprì i resti di una civiltà con armi, armature e oggetti di varia natura che sembravano corrispondere alle descrizioni inserite da Omero nei suoi poemi.

La cosiddetta “Maschera di Agamennone”, scoperta da Heinrich Schliemann nel 1876 a Micene

Con l’incrollabile certezza che quelle che aveva appena riportato alla luce fossero le vestigia del lontano tempo degli eroi, Schliemann rinvenne un recinto tombale tipicamente miceneo dove si trovavano i resti di diciannove fra uomini e donne. In particolare, i cadaveri di tre uomini erano ornati da attributi di guerra (fino a 43 spade e un centinaio di oggetti preziosi) e avevano la faccia coperta da una maschera d’oro. L’archeologo sfilò una dopo l’altra le maschere che ricoprivano il volto di quelli che senza dubbio erano stati potenti signori della guerra e, quando sollevò la terza, affermò senza la minima esitazione che quella che stava contemplando in quel momento era la faccia di Agamennone in persona. Questa fu la notizia che comunicò al re di Grecia, la Times e all’effimero imperatore del Brasile, con l’ennesimo gesto teatrale a cui Schliemann era solito rendere pubbliche le sue scoperte. Nemmeno ammettendo l’esistenza storica del mitico re di Micene avrebbe potuto trattarsi di Agamennone, poiché il recinto tombale dove fu trovato il corpo risaliva a un’epoca molto anteriore (XVI secolo a.C.) rispetto alla data in cui ipoteticamente si sarebbe svolta la spedizione contro Troia, cioè alla fine del XIII secolo a.C. Tuttavia, è possibile che il corpo in questione fosse quello di uno dei primi rappresentanti di una stirpe guerriera elogiata secolo dopo da Omero nei suoi poemi.

Una parte del tesoro ritrovato nelle tombe dei re di Micene (Museo archeologico nazionale di Atene)

All’inizio del II millennio a.C., intorno al 2000-1800 a.C., arrivò nell’area egea una popolazione di lingua greca dedita prevalentemente alla pastorizia e all’agricoltura; con sé portava il cavallo e la conoscenza di alcune tecniche come la metallurgia e di sofisticati metodi per il trattamento della ceramica. Poco alla volta, questi intrusi finirono con l’imporre la propria autorità sugli abitanti precedenti e in questo modo, intorno al 1600 a.C., dopo una lunga fase di adattamento reciproco fra la popolazione nativa e i nuovi arrivati, una serie di fattori come l’incremento demografico, l’espansione dei commerci con l’estero e la crescita della produttività provocarono il conseguente aumento del potere economico e politico dei loro capi. E’ molto probabile che la città dove questi cambiamenti si fecero sentire per primi fu Micene, un centro di potere situato nella strategico crocevia fra l’Egeo e il Golfo di Corinto e fra i territori occidentali e quelle settentrionali. Per questo motivo viene chiamata convenzionalmente “micenea” la fiorente civiltà che assunse i suoi tratti definitivi in quel luogo e in quel momento, nonostante Omero nei suoi poemi chiamasse “Achei” gli abitanti di questa zona.

Fra le sue caratteristiche distintive ci sono infatti le tombe che prendono il nome di tholos (tholoi al plurale). Disseminate in tutto il territorio della Grecia continentale, erano gradi costruzioni di forma circolare, con il soffitto a botte, a cui si accedeva attraverso un lungo corridoio e dove si entrava passando per una magnifica porta bronzea. Era qui che venivano sepolte le persone di rango più elevato, i re e gli aristocratici che erano in cima alla solida struttura sociale, militare ed economica che definiva la società micenea.

L’acropoli di Micene

Questa prospera civiltà dell’Età del Bronzo poggiava quindi su un sistema sociale e politico rigidamente gerarchizzato, basato su un’economia controllata da un potere centrale. Il punto nevralgico, nonché il segno più spettacolare e caratteristico della società micenea – oltre alle summenzionate tholoi – sono i palazzi protetti da muraglie costruite con giganteschi blocchi di pietra spessi fino a 6 m. Queste mura, che furono ribattezzate “ciclopiche” dagli antichi, secondo i quali solo i mitici ciclopi avrebbero potuto innalzarle, terminavano con dei bastioni ed erano interrotte da splendidi ingressi, come la colossale porta dei Leoni di Micene. Queste muraglie proteggevano un palazzo che aveva come centro il megaron, un grande locale che comprendeva un portico esterno e un atrio interno affacciato sulla sala principale, dotata di un focolare situato nel centro. Dal megaron, che era la sala del trono propriamente detta, esercitava il comando la figura realta del wanax, termine miceneo che presenta un inequivocabile corrispettivo nell’anax andron (“signore dei guerrieri”) omerico, figura che nell’Iliade è incarnata dal re Agamennone.

La forma organizzativa dei regni micenei è stata registrata in un sistema di annotazioni conosciuto come lineare B, che i Micenei avevano preso dai Cretesi. In effetti, ciò che sappiamo oggi della Grecia dell’Età del Bronzo si deve in grandissima parte all’opera dell’architetto inglese Michael Ventris e dell’ellenista John Chadwick, che, nel 1952, scoprirono, sotto questo sistema di scrittura precedente a quello alfabetico, una lingua che senza dubbio rappresentava una forma arcaica del greco. Nel archivi delle fortezze micene erano conservate le numerose tavolette di argilla sulle quali, con uno stilo appuntito, i funzionari preposti a tale compito incidevano concise annotazioni burocratiche relative all’amministrazione del palazzo: registri di bestiame, forza lavoro, cereali, movimento di truppa e altro ancora.

Modello della fortezza di Micene
Ricostruzione della grande fortezza di Micene. Situata a 300m di altezza, sulla cima di una collina, la fortezza di Micene dominava la pianura dell’Argolide e le strade che salivano verso Nord. Da lì i principi micenei governarono la città di quel popolo che, secondo il mito, conquistò Troia.
La porta dei Leoni a Micene
La porta dei Leoni a Micene – particolare dei leoni alti 3 metri

Articoli Correlati: Agamennone: il re per eccellenza | Creta: fra mito e storia | 

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell'Università degli Studi di Napoli - Orientale. Sono CEO e founder dei blog "STORIA ROMANA E BIZANTINA" assieme al mio collega dott. Antonio Palo e CEO e founder unico di "LUPIN THE 3RD - LA PATRIA ITALIANA". Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: