L’Italia meridionale bizantina: migrazioni, società e conflitti

L’Italia meridionale risentì molto della decadenza dell’Impero romano. Nel Medioevo ne uscì stravolta la morfologia dei suoi territori: si passò infatti dai nuclei sparsi attestati in età magno-greca soprattutto sulle coste a nuclei aggregati nell’entroterra, arroccati sui monti, intorno ad un nucleo fortificato secondo moduli spontanei di un’architettura castrense primitiva. Per i centri ellenizzati della costa la decadenza era iniziata già in epoca tardo-imperiale. Nonostante le molte ipotesi fatte a tale riguardo, sta di fatto che fra il V e l’VIII secolo tutte le regioni italiane dell’epoca subirono un pauroso spopolamento che agli occhi dei contemporanei era apparso quasi di dimensioni apocalittiche («in solitudine vacat terra» Gregorio Magno; «videres saeculum in antiquum redactum silentium» Paolo Diacono), e, nello stesso tempo, l’abbandono dei centri costieri e l’arretramento nell’interno delle popolazioni superstiti: sono documentati gli arroccamenti delle popolazioni di Metaponto, Eraclea, Siris, Pandosia sulla costa ionica, così come i centri tirrenici – inclusi anticamente nella Lucania – di Poseidonia/Paestum e Elea/Velia, tutti arroccati sulle propaggini dell’Appennino lucano, che diedero vita a centri abitati naturalmente difesi.

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Dibattuta ancora oggi tra gli storici è la questione dell’ellenizzazione dei territori della penisola: una prima tesi (Rholfs) riconosce una tradizione linguistica pressoché ininterrotta nel Meridione, e distingue due colonizzazioni rispettivamente di età greco-arcaica (VIII-III secolo a.C.) e greco-bizantina (VI-IX secolo d.C.), con quest’ultima sovrapposta alla prima; una seconda tesi (Battisti) riconosce le due colonizzazioni come eventi culturali differenti, separati dalla colonizzazione romana, riconoscendo alla seconda ellenizzazione (bizantina) una portata più ampia nel contesto regionale.

Tra il V e il VI secolo, l’epoca in cui si svolge il più intenso movimento migratorio di popoli in Europa e nel bacino del Mediterraneo, l’Italia meridionale fu oggetto di migrazioni dall’Oriente greco: l’anonima Cronaca di Monemvasia, riferisce che nell’anno 588, in seguito alla penetrazione avarica nel Peloponneso, molti Greci si rifugiarono nelle più sicure terre italiane della costa ionica. Altri episodi storici dell’Impero d’Oriente si rivelarono alla base di nuovi flussi migratori: dalla metà del VII secolo l’avanzata araba causò il sopraggiungere in Italia di esuli provenienti dalla Siria, dall’Armenia e dall’Egitto; il conflitto dell’iconoclastia, promosso dall’imperatore Leone III, dall’VIII secolo aveva avviato l’esilio volontario soprattutto di monaci che si opponevano al decreto iconodulo, che si trasferirono in Calabria, Lucania e Salento portando con loro numerose icone e codici liturgici miniati; nell’IX secolo altri profughi greci giunsero dalla Sicilia in seguito all’occupazione araba dell’isola.

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La concentrazione di consistenti componenti greco-bizantine non risentì molto di altri gruppi non-greci presenti nella regione: i Longobardi, che avevano costituito nei territori-avamposti da loro occupati i gastaldati di Acerenza, Matera, Latiniano, Laino e Lucania (Paestum e area cilentana), furono “spazzati via” dalla regione in seguito alla riconquista bizantina del IX secolo avviata da Basilio I il Macedone, che fece ricadere nuovamente la regione sotto il dominio e l’orbita culturale greco-bizantina. Ciò non impedì comunque sia incontri che scontri anche in seguito alla fine del regno longobardo (774), quando gli ultimi principati di Benevento, Salerno e Capua si mantennero culturalmente distinti dal resto del Meridione ma influenzandone sia le tradizioni che il linguaggio locale.

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Al conflitto etnico si aggiunse irrimediabilmente anche quello religioso, dovuto al contrasto tra le due Chiese latina e greca, facenti capo rispettivamente a Roma e Costantinopoli. Per la maggior parte delle volte questo conflitto fu di natura essenzialmente dottrinale e liturgica, anche se alcune volte si estendeva al controllo dei patrimoni fondiari accumulati sia dalle chiese che dai monasteri: nel 966, quando il Papa eresse le sedi vescovili metropolitane nei centri-capitali longobardi di Benevento, Capua e Salerno, il Patriarca Polieucto si affrettò subito a fare lo stesso con Bari, Tursi e Reggio, seguendo la riorganizzazione dei temi bizantini dell’Italia meridionale (Langobardia, Lucania, Calabria), fusi nel Catepanato d’Italia da Niceforo II Foca. I conflitti tra le due Chiese, anche su territori ricadenti su giurisdizioni politiche e religiose non coincidenti, si aggravò ulteriormente con lo scisma d’Oriente del 1054, quando già nella regione operavano i Normanni che legittimavano le proprie conquiste sia in funzione anti-islamica che anti-scismatica greca, quest’ultima contrastata in particolar modo con la latinizzazione delle sedi vescovili e dei monasteri greci nel territorio del Catepanato.

In un quadro storico molto frammentato ma molto vitale hanno vita nuovi insediamenti, connessi a loro volta con gli insediamenti monastici, designati con i termini di chorìa e castra: il chorion (comune fiscale) era un insediamento sorto nei pressi di un monastero che metteva a disposizione le sue terre a contadini liberi per permetterne la coltivazione, riconosciuto dal Catepanato come di proprietà del monastero stesso; il kastron, che richiama all’insediamento fortificato, è invece un insediamento nei pressi di un castello, che ne costituisce un bastione di prima difesa. Le necessità difensive erano rese necessarie dalle incursioni saracene: non mancano d’altra parte attestazioni di insediamenti saraceni, sorti come campi-base fortificati in centri occupati (Bari, Amantea, Agropoli, Garigliano, Pietrapertosa, Tricarico) nei quali confluivano i bottini e i prigionieri frutto delle loro scorribande. La minaccia saracena ebbe come primaria conseguenza un ulteriore arretramento dei centri abitati, molti dei quali sui monti o nei pressi di alcune grotte adattate ad abitazioni. Un caso esemplificativo in tal senso può essere Matera e i suoi Sassi, definita dai cronisti del IX secolo come urbs munitissima, che ottenne la presenza stabile di una guarnigione bizantina nel suo castello e che riuscì ad essere occupata solo una volta, per breve tempo, prima di essere liberata, dall’emirato di Bari.

La diaspora monastica, intensa nel X secolo, fece sì che i centri montani si popolarono di eremi isolati, luoghi di culto ipogeici, santuari, cenobiti e lavre, organizzate e integrate nel sistema delle eparchie (diocesi) bizantine. Monaci di rito greco occuparono così l’alta valle del Lao, la valle del Cilento, dell’Agri, del Basento, del Brandano. La colonizzazione monastica è da ricordare soprattutto per l’estensione di nuove terre adatte alle colture, che tolsero spazio a foreste e boschi in favore di terre per la semina. L’opera di bonifica delle terre favorì poi l’insediamento delle popolazioni rurali, a cui si accompagna un acculturamento delle stesse: ai contadini fu insegnata la tecnica della rotazione delle terre, della concimazione, l’innesto degli alberi fruttiferi e tecniche per la costruzione delle case; vengono inoltre restaurate molte chiese e fondati monasteri. La situazione di queste regioni, sotto il governo bizantino, era tuttavia diversa da quella feudale-europea (introdotta con la conquista normanna): lo stesso Impero contrastava la feudalità, e anche il clero di rito greco non si poneva come privilegiato rispetto alle altre classi sociali, aumentando quindi la coesione sociale.

La fondazione del regno normanno comportò un traumatico passaggio delle componenti civili e religiose greco-bizantine: da un lato i Normanni non sradicarono l’elemento greco, rimanendone a sua volta influenzati nell’ideologia e nella simbologia del potere, dall’altro i monasteri italo-greci con i loro patrimoni furono riorganizzati in un sistema centralizzato e strutturato che rispecchiava quello regale-monarchico.

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L’involuzione della società in epoca angioina e aragonese diedero il “colpo” di grazia a quelle che furono le istituzioni religiose italo-greche e a quello che rimaneva della grecità in Italia meridionale. Il quadro desolante è fornito dal cardinale greco Bessarione, passato alla Chiesa di Roma in seguito al Concilio di Firenze-Ferrara sulla riunione con la Chiesa greca. Questi, nominato da Eugenio IV protettore dei “monaci basiliani”, cercò di recuperare e preservare le ultime tracce di ellenismo; incaricò l’igumèno Atanasio Calceopilo di visitare con il monaco Macario i 72 monasteri greci che sopravvivevano in tutta l’Italia meridionale. Il resoconto di tale viaggio, il Liber Visitationis, è a dir poco desolante: chiese abbattute, conventi in rovina, proprietà fondiarie occupate e invase, persino abati con concubine, una confusione quindi sia morale che materiale, come riportato più volte «circumdatum spinis et deductum in ruinam, tam ecclesia quam alia beneficia, licet fuisset magna fabrica constructum». Il crollo della grecità investì anche la condizione sociale dei laici che vi vivevano, gli eléuteroi (“liberi proprietari di terre”) che, immiseriti dal nuovo contesto feudale, non ebbero altra scelta che sottostare alla progressiva ed inesorabile regressione socio-economica e religiosa di quei territori un tempo prosperosi.

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Antonio Palo

Laureato in ‘Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’. Fondatore e amministratore del sito ‘Storia Romana e Bizantina’. Co-fondatore e presidente dell’Associazione di Produzione Cinematografica ‘ACT Production’.

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