Il divorzio e l’adulterio nel mondo romano

Nella Satira VI, una lunga e feroce invettiva moralistica contro i vizi femminili, Giovenale parla della frequenza della rottura dei matrimoni, spesso da imputare alle stesse mogli:

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«È la moglie insomma che comanda il marito. Nonostante questo, abbandona ben presto il suo regno, cambia casa, calpesta il velo nuziale; quindi vola ancora di là, e di nuovo ritorna a quel letto che aveva tanto spregiato: lascia le porte appena ornate, i festoni e i verdi rami appesi sulla soglia della casa [decorazioni femminili, ndr]. Così cresce il numero dei mariti che possono diventare persino otto nello spazio di cinque autunni: cosa ben degna di essere scolpita a ricordo sul marmo della sua tomba»

Nei primi secoli dell’età imperiale il fenomeno dell’interruzione dei matrimoni, dei divorzi e delle nuove e numerose nozze doveva essere molto frequente, in particolar modo tra i membri delle classi sociali più abbienti. Questo probabilmente in gran parte avveniva per calcolo politico o economico e si potrebbe considerare anche un segno di una progressiva emancipazione femminile. La donna sposata una volta sola rimase comunque un modello da seguire e non mancano neanche condanne, come quella riportata di seguito tratta dal De Beneficiis (16, 2) di Seneca, alla degenerazione dei costumi considerati corrotti rispetto alla storica tradizione del mos maiorum:

«Ormai c’è forse qualcuna che si vergogna di essere ripudiata dopo che alcune famose donne di nobile casato calcolano la loro età non riferendosi alla serie dei consoli, ma alla serie dei mariti avuti e lasciano la casa paterna per maritarsi e si maritano per divorziare? Una cosa simile fino a quando accadeva di rado, era aborrita, ma da quando non c’è giornata senza notizia di un recente divorzio, si è presa l’abitudine di praticare ciò di cui si parla così spesso.»

L’adultera poteva essere punita con il ripudio da parte del coniuge, l’esilio e la perdita di una parte dei beni e della dote. L’amante colto in flagrante rischiava di essere sottoposto a varie torture o punizioni corporali da parte del marito (ma anche dei suoi servi) o incorrere in varie sventure per sfuggire al marito geloso (vd. Orazio, Satire I, 2, vv. 36-46). Poteva però – ottimisticamente parlando – andare anche peggio. Le leggi augustee, infatti, sancirono l’adulterio (adulterium, solo quello femminile, ossia le relazioni della donna al di fuori del matrimonio) come crimine perseguibile anche su richiesta di un estraneo alla famiglia: rimaneva al padre della sposa il diritto di uccidere la donna e il suo amante, mentre al marito era preclusa l’uccisione della moglie, ma gli era consentita quella dell’amante esclusivamente se questi era di condizione sociale inferiore (liberto o schiavo) e in flagranza di reato.

Molti sono gli esempi di punizioni di donne adultere a partire dall’età arcaica. Secondo Catone (Orazioni, frammento 201):

«Se tu cogliessi tua moglie in adulterio, potresti ucciderla senza processo impunemente; se invece fossi tu a commettere adulterio, per tua iniziativa o per iniziativa di un’altra donna, tua moglie non oserebbe toccarti con un dito, poiché la legge non glielo consente.»

In Plauto (Mercator, vv. 817-829), la schiava Sira nota la diversità di trattamento dell’adulterio maschile da quello femminile:

«[Le donne] vivono sotto una legge dura e assai più iniqua di quella che c’è per gli uomini.»

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Romanino, “La morte di Virginia”

La stessa tradizione romana ci ha tramandato il racconto di celebri episodi in cui l’onore di una fanciulla, la pudicizia violata, fu per i padri un valore da anteporre alla vita stessa della donna. Nel V secolo a.C. il decemviro Appio Claudio cercò in ogni modo di sedurre Virginia, bellissima figlia di un centurione, ricorrendo addirittura a un processo per provarne falsamente l’origine servile e poterla così avere a disposizione: il padre di lei, di fronte alla sentenza sfavorevole, decise di uccidere la figlia piuttosto che cederla ad Appio Claudio (Livio, III, 48).

«Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà nell’unico modo a mia disposizione!»

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Tiziano, “Sesto Tarquinio e Lucrezia”

Nel più famoso di questi casi (molto emblematici ed esemplari) è addirittura la ragazza violentata a scegliere la morte di fronte alle conseguenze della reazione dei suoi parenti. Si tratta del celebre episodio di Lucrezia, la pudica moglie di Collatino, che fu violentata dal figlio del re Tarquinio il Superbo, Sesto, e decise di uccidersi chiedendo vendetta ai congiunti. Giunio Bruto giura di vendicarla e sarà il protagonista della cacciata dei Tarquinii da Roma nel 510 a.C. (Livio, I, 57-59).

Di punizioni paterne dell’adulterio della figlia – che nel momento in cui violava la convenzione sociale era definito stuprum, inteso come “disonore” – ispirate alla tradizionale severità dei costumi degli antichi, si ha notizia anche nelle vari fasi in cui si tentò di recuperare il rigore moralistico attribuito a questa legislazione più antica. Lo stesso Augusto esiliò sua figlia Giulia che si era macchiata di adulterio e si era resa protagonista di una vita sentimentale molto movimentata (Seneca, De Beneficiis VI, 32, 1):

Pavel Svedomsky, "Giulia in esilio a Ventotene"
Pavel Svedomsky, “Giulia in esilio a Ventotene”

«Il divo Augusto esiliò sua figlia la cui impudicizia aveva superato quanto di vergognoso e implicito in questo termine e rese di dominio pubblico le turpitudini della casa imperiale: gli amanti ricevuti in massa, le orge notturne qua e là per la città, il Foro e quei rostri dai quali il padre aveva proclamato le leggi sull’adulterio, scelti dalla sua figlia come luoghi della sua prostituzione, il suo giornaliero accorrere presso la statua di Marsia allorché diventata, da adultera, vera e propria prostituta chiedeva al suo sconosciuto amante il diritto di abbandonarsi a qualsiasi depravazione.»

Anche il successore di Augusto, Tiberio, prese provvedimenti a contrastare l’adulterio femminile: potevano essere anche i parenti, qualora mancasse un accusatore pubblico, a punire le matrone che tradivano il marito, tanto che alcune donne preferirono dichiararsi pubblicamente meretrici per evitare le punizioni (Svetonio, Tiberio, 35).

Nonostante i vari tentativi di limitare il fenomeno, una certa libertà sessuale doveva rimanere diffusa, in special modo tra le classi elevate, e le donne avevano varie possibilità di avere relazioni extraconiugali. L’imperatore Domiziano ripristinò, alla fine del I secolo d.C., una legge augustea contro l’adulterio, ormai disattesa da tempo, suscitando l’approvazione adulatoria di Marziale (Epigrammi, VI):

«Si provava gusto un tempo a mancare ai sacri vincoli della fiaccola nuziale… vieni in aiuto alle generazioni future, imponendo che esse nascano senza frode.»

Non era però difficile aggirare la nuova legge, e neanche l’imperatore che l’aveva fatta emanare era un buon esempio in tal senso (avendo una relazione incestuosa con la sua nipote). La legge giulia-flavia sugli adulteri rimase comunque in vigore e continuò ad essere applicata, sebbene saltuariamente.

L’adulterio femminile – come lo si può notare già dalle citazioni usate – è menzionato di frequente dagli scrittori satirici. Concludiamo l’articolo con una satira, l’epigramma I, 62 di Marziale, una composizione incentrata sull’opposizione tematica castità/lussuria rappresentata dalle figure mitiche rispettivamente di Penelope (moglie di Ulisse) ed Elena di Troia, nel quale vi è anche il topos della donna sabina “integra e casta”:

«Levina, casta non meno delle antiche Sabine e più severa del pur austero marito, mentre si affidava oggi al Lucrino, domani all’Averno [laghi presso Baia], mentre si ritemprava sovente nelle acque di Baia, ha preso fuoco: lasciato lo sposo, ha seguito un giovane. È arrivata Penelope, è partita Elena.»

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Antonio Palo

Laureato in ‘Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’. Fondatore e amministratore del sito ‘Storia Romana e Bizantina’. Co-fondatore e presidente dell’Associazione di Produzione Cinematografica ‘ACT Production’.

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