La crisi delle città nell’impero romano nel terzo secolo

A cura del prof. GIOVANNI PELLEGRINO

In questo articolo prenderemo in considerazione un fenomeno sociale ed economico molto importante che interessò l’impero romano a partire dal III secolo, ovvero la crisi delle città.

Nell’epoca che vogliamo esaminare i cambiamenti nella situazione sociale ed economica dell’impero avevano reso più veloce la crisi delle città ma i sintomi di tale crisi si erano già avvertiti alla fine del II secolo. Gli aspetti esteriori della crisi delle città si possono cogliere con grande facilità. La pubblica amministrazione non era più in grado come accadeva nei periodi di prosperità di provvedere ai servizi per la vita urbana.

Nel terzo secolo d.C. la costruzione di strade pavimentate, di bagni pubblici e di mercati organizzati era diventata molto problematica ed inoltre le autorità cittadine non erano in grado di svolgere una sia pure minima prevenzione delle malattie infettive. Per fare un esempio malattie come la peste erano diffuse a tal punto da decimare sensibilmente la popolazione. I problemi delle città erano molto seri sia nella parte occidentale dell’impero sia in quella orientale. Perfino ad Atene le invasioni dei barbari particolarmente quella degli Eruli avevano dato alla città un aspetto squallido e di permanente declino.

Nel contesto urbano si era andato acuendo il distacco tra le classi alte, reali detentrici del potere politico ed economico e le masse. Non venivano concessi ai proletari e neppure ai piccoli borghesi quei prestiti a lunga scadenza che in altre epoche avevano migliorato le loro condizioni di vita. Inoltre, erano assai aumentati i tassi d’interesse e i ricchi creditori pretendevano dai debitori il pagamento di tutti i debiti al massimo allo scadere di un anno. Tali fatti provocavano violente sommosse del proletariato urbano che mettevano in grave pericolo la tranquillità e a volte anche la stessa incolumità fisica degli appartenenti alle classi alte.

Essi reagivano contro ogni attacco delle masse cercando di restaurare attraverso durissime misure poliziesche l’ordine e le leggi esistenti. I contrasti sociali nelle città acquistavano tale ampiezza che in molte città venivano preposti all’ordine pubblico non solo i funzionari della polizia municipale e i soldati ma gli stessi giovani appartenenti alle classi superiori. I ceti medi ed inferiori tentavano di sfuggire a questa situazione drammatica ricorrendo all’emigrazione. I mercanti a loro volta effettuavano viaggi nelle zone dell’impero che sembrava offrire maggiori possibilità di arricchimento. Questi individui sradicati così dalle loro città natali si allontanavano gradualmente pure dalle consuetudini alle quali erano invece legate le classi superiori.

Se le aristocrazie cittadine tendevano a mantenere alto il prestigio dei culti e dei collegi sacerdotali un discorso assai diverso bisognava fare per il proletariato emigrato per il mercante e per lo stesso liberto che aveva ottenuto un posto nell’amministrazione centrale. Tali persone più che cittadini di una singola città si sentivano appartenere ad un mondo assai più vasto nel quale tuttavia non riuscivano realmente ad inserirsi. Essi anche se a volte trovavano possibilità di migliorare la propria condizione economica dovevano pur sempre affrontare le preoccupazioni e le incertezze della vita in città sempre più cosmopolitiche.

In tali città inoltre i rapporti umani specie tra appartenenti a classi diverse erano estremamente rari e difficili. Il rapido diffondersi presso questi ceti urbani dei libri di astrologia e di magia può dimostrarci quanto fosse sentita da parte di tali persone la necessità di adeguarsi al veloce ritmo della vita quotidiana che non forniva nessuna certezza. Tali individui cercavano attraverso l’utilizzazione della magia di acquisire certezze che la vita urbana di quel periodo storico non forniva. Ma soprattutto una testimonianza significativa era la diffusione anche in Occidente di quei culti orientali che fornivano agli individui un senso di sicurezza di fedeltà a qual cosa che essi non riuscivano oramai più a trovare nella religione e nelle tradizioni degli antenati. Non è certo casuale che in questa epoca si propaghi si affermino tra i ceti medio bassi urbani in modo particolare la più grande religione dell’Oriente ovvero il Cristianesimo.

Il cristianesimo trovava adepti soprattutto nei ceti medi e bassi delle città, dai manovali ai piccoli impiegati, dagli artigiani ai commercianti. Ai suoi seguaci il cristianesimo non si presentava soltanto col fascino della religione perseguitata e neppure offriva solo il premio della vita eterna. Esso proponeva anche una concreta esperienza sociale e comunitaria del tutto sconosciuta in quei tempi. Nelle comunità cristiane infatti si aveva la possibilità di stringere rapporti di amicizia e di fratellanza aldilà di ogni differenza sociale cosa che invece mai accadeva nella società di quel tempo. Infatti, i ricchi aiutavano i poveri assai più di quanto lo stato non fosse in grado di fare e pure dopo la morte si aveva sempre la certezza di essere ricordati dai fratelli e di ricevere preghiere per la salvezza dell’anima. Infine, le elemosine non venivano sperperate ma offerte e consacrate a Dio come sacrificio della comunità.

Mentre la vita delle città cambiava radicalmente le vecchie aristocrazie si arroccavano sulle proprie posizioni. Esse difendevano la loro antica cultura e nelle città greche giunsero addirittura a sostituire alla “ koinè “ in linguaggio arcaico ed attico che solamente uomini di raffinata istruzione erano in grado di parlare. Anche nel campo artistico si andava sviluppando il contrasto tra due stili opposti: l’uno aristocratico e classico l’altro plebeo agile e impressionistico con le figure rivolte verso il pubblico. A volte i membri più ricchi delle aristocrazie cittadine trovavano rifugio nei latifondi e nelle tenute possedute in campagna ove essi tentavano di estraniarsi dal mondo circostante. Inoltre, conducevano una tranquilla vita borghese dediti agli “otia“ e agli studi circondati dai cortigiani. Eppure, non bisogna dimenticare che proprio nelle zone rurali e provinciali dell’impero cominciarono a essere drammaticamente avvertiti i più importanti conflitti sociali.

Sul piano della storia religiosa e culturale possiamo cogliere in quel periodo storico quel grandioso fenomeno che oggi si suole definire “democratizzazione della cultura”. Mentre l’ideale della “civilitas“ restava proprio dei ceti superiori e romanizzati dell’impero culture indigene e popolari si diffondevano parallelamente alla trasformazione delle strutture socioeconomiche. Le ragioni di tale diffusione erano certo molteplici: in alcuni casi consistevano in un ritrovato spirito autonomista e nazionalista o in una cresciuta forza politica da parte di determinati popoli. Altre volte la diffusione di tali culture era dovuta al fatto che le classi inferiori non romanizzate preferivano fare riferimento alle loro culture aborigene in opposizione alla “civilitas romana”. In ogni caso tali culture si distinguevano per il loro carattere regionale e prevalentemente rurale e pertanto minavano la base della cultura classica per eccellenza aristocratica e urbana.

In questa epoca nelle zone rurali dell’impero il cristianesimo si diffondeva con molta lentezza in quanto doveva vincere le diffidenze dei contadini. Tuttavia, il cristianesimo negli ambienti rurali acquistava il carattere di una religione di protesta e coagulava attorno a sé le energie di individui sempre più inaspriti e coscienti di essere sfruttati dalle classi dominanti. Parallelamente questi nuovi cristiani delle campagne tendevano ad allontanarsi dalle congregazioni urbane della Chiesa e a contestarne molti atteggiamenti.

In sintesi alla fine del terzo secolo e negli anni che precedevano l’avvento al potere di Costantino assai profonde erano le lacerazioni nel tessuto sociale e culturale dell’impero. Le città presentavano un aspetto di decadenza e non di rado di vero e proprio squallore. All’interno di esse si radicalizzava il conflitto tra il proletariato e l’ordine dei curiali, i quali presiedevano alla vita municipale. Infine, l’indebolimento delle estese urbane procurava anche l’indebolimento del controllo sulle campagne non sufficientemente romanizzate. In molte zone rurali i contrasti sociali erano molto violenti e radicalizzati.

Simone Riemma

Studente del corso in Civiltà Antiche ed Archeologia: Occidente dell'Università degli Studi di Napoli - Orientale. Sono CEO e founder dei siti: - www.storiaromanaebizantina.it assieme al mio collega dott. Antonio Palo (laurea in archeologia) - www.rekishimonogatari.it assieme alla dott.ssa Maria Rosaria Formisano (laurea magistrale in lingua e letteratura giapponese e coreana) nonché compagna di vita. Gestisco i seguenti siti: - www.ganapoletano.it per conto dell'Associazione culturale no-profit GRUPPO ARCHEOLOGICO NAPOLETANO Le mie passioni: Storia ed Archeologia, Anime e Manga.

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