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I sacrifici nel mondo greco e romano

L’origine dei sacrifici è possibile rintracciarla già nelle società preistoriche, che attribuivano a questa pratica valenze propiziatorie, rituali e magiche. Questa pratica la ritroviamo in Grecia e a Roma con delle caratteristiche abbastanza simili: il sacrificio poteva riguardare ed essere attuato sia nella sfera pubblica che in quella privata e veniva considerato come un ‘dono’ propiziatorio fatto dall’uomo agli dei, ai demoni o ai defunti.

Teofrasto (IV-III secolo a.C.) distingueva tre categorie di sacrifici: di lode, ringraziamento o supplica. Le offerte potevano essere vegetali o animali: in molti culti greci si impiegavano, oltre ad offerte appunto vegetali (come erbe, radici, cereali, verdure, frutta), anche alimenti come latte, miele, olio, focacce, queste ultime destinate in particolar modo alle divinità ctonie o al Sole o alle Ore. Nelle case era frequente si bruciasse in onore delle divinità l’incenso. Più diffusi e più importanti erano i sacrifici cruenti, sia in ambito pubblico che privato, durante i quali venivano offerti in sacrificio agli dei animali domestici o selvatici, e qualche volta anche i pesci. Il tutto avveniva seguendo un rigido rituale: mentre la carne bruciava sull’altare si versava del vino sul fuoco. Il ministro del sacrificio (il sacerdote appunto) doveva lavarsi le mani, spargere granelli di orzo, gettare sul fuoco una parte dei peli della vittima, toccare l’altare e levare preghiere di ringraziamento, lode o supplica alla divinità. Il rito era accompagnato dal flauto o dalla lira. Nel rituale romano il sacrificante doveva coprirsi la testa con la toga.

Gli animali da sacrificare erano scelti secondo precisi criteri. Il colore dell’animale era fondamentale a seconda del rituale da compiere: le offerte alle divinità celesti erano di colore chiaro, mentre quelle alle divinità infere erano vittime nere o di colore scuro. Un altro criterio di selezione e scelta dell’animale dipendeva dalla divinità a cui si intendeva sacrificare: a Poseidone/Nettuno e al Sole era destinato il cavallo, ad Ares/Marte il gallo, alla Terra la scrofa in gravidanza, a Ecate il cane, ad Artemide/Diana e ad Atena/Minerva, a Priapo l’asino, ad Apollo/Dioniso il toro o il capro ecc. Fra le divinità e la vittima esisteva quindi una qualche correlazione – nel senso che l’animale aveva caratteri che si prestavano ad alludere in maniera simbolica alla natura della divinità in questione – o anche ad una vera e propria identificazione, perché il dio poteva assumere l’aspetto dell’animale sacrificato. Il rito sacrificale poteva svolgersi in forme diverse: erano molto diffuse le feste ‘di comunione’, in cui i fedeli mangiavano le carni dell’animale sacrificato in un banchetto al quale si credeva partecipasse la divinità in qualità di ospite d’onore. C’erano poi i sacrifici propiziatori o purificatori, nei quali le offerte erano completamente distrutte. In genere – così come avveniva per il colore della vittima sacrificata – vi erano anche dei determinati orari nei quali eseguire i sacrifici: alle divinità celesti e terrestri era riservato il giorno, mentre alle divinità infere e ai morti erano dedicati olocausti eseguiti la sera nei pressi di un focolare.

Non si hanno molte notizie certe a proposito dei sacrifici umani nel mondo greco o romano. In età storica essi erano condannati e considerati come un segno di barbarie (vd. Platone, Minosse, 315), ma non se ne può escludere la presenza nelle età più arcaiche, alle quali potrebbero far riferimento le leggende dell’epos troiano, come quelle del sacrificio di Ifigenia o di Polissena. In Grecia le poche tracce trovate sono nei culti di Zeus Liceo (Arcadia meridionale), Zeus Lafistio (Tessaglia) e Dioniso Omestes (Tenedo e Chio), mentre a Roma la loro esistenza sembra essere comprovata dalle uccisioni di stranieri o di prigionieri di guerra: per citare uno di questi episodi, ad esempio, dopo la sconfitta di Canne nel 216 a.C. furono sacrificati due Greci e due Galli, che vennero sepolti vivi nel Foro Boario.

Nel corso del tempo – in età storica – subentrò la sostituzione simbolica dell’animale al posto dell’uomo. Tuttavia alcuni miti greci fanno più volte riferimento al sacrificio delle vergini, celebrato soprattutto all’inizio di una guerra come rituale giustificativo delle uccisioni che sarebbero di lì a poco avvenute sul campo di battaglia. Fra i miti più noti ricordiamo quello delle figlie di Eretteo:

«Si sono sacrificate volontariamente nella mitica guerra del primo re contro Eleusi. La loro morte, ripetuta nel sacrificio compiuto dall’esercito al momento della partenza, garantisce il successo nel grande spargimento di sangue imminente, la vittoria nella battaglia».

[W. Burkert]

Nel rituale funebre, il sacrificio di vergini (sostituite poi da animali) era concepito come la riparazione ad un torto subito dal defunto, che era compensato con una restituzione simbolica: è il caso del sacrificio di Polissena, la figlia di Priamo ed Ecuba di Troia, sacrificata da Neottolemo sulla tomba del padre Achille, che invaghitosi della principessa era stato indotto da lei ad incontrarla (finendo poi colpito da una freccia al tallone da Paride e ucciso).

Sull’antico rapporto tra sacrificio e mito (e, soprattutto, sulla grande frequenza del tema nella tragedia greca) lo studioso tedesco Walter Burkert ha scritto pagine di notevole importanza. Ne riportiamo di seguito, a conclusione dell’articolo, un breve estratto:

«Anche i miti hanno a che fare con il rito sacrificale. Essi parlano chiaramente della reciproca sostituibilità di uomo e animale: l’animale muore in luogo di un essere umano, Isacco o Ifigenia. L’equivalenza di uomo e animale può portare anche a più scambi successivi, come nella leggenda cultuale di Artemide di Munichia: una fanciulla deve essere sacrificata per espiare l’uccisione di un orso che apparteneva alla dea, ma la capra la sostituisce – un essere umano per un animale, un animale per un essere umano. L’essenza del sacrificio pervade ancora la tragedia che ha ormai raggiunto la sua forma compiuta. In Eschilo, Sofocle e Euripide la situazione del sacrificio, l’uccisione rituale, il thyein, è pur sempre sullo sfondo quando non è al centro».

Bibliografia: Walter Burkert, “Origini selvagge”, Laterza, Roma, 1992; Walter Burkert, “Homo necans – Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica)”, Torino, 1981; M. Detienne e J.P. Vernant, “La cucina del sacrificio in terra greca”, Torino, 1982.

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Antonio Palo

Laureato in 'Civiltà Antiche e Archeologia: Oriente e Occidente' e specializzato in 'Archeologie Classiche' presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Fondatore e amministratore del sito 'Storia Romana e Bizantina'. Co-fondatore e presidente dell'Associazione di Produzione Cinematografica Indipendente 'ACT Production'. Fondatore e direttore artistico del Picentia Short Film Festival.

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